Wooden Indian Burial Ground – How’s Your Favorite Dreamer (EXAG’ Records, 17/02/2015)

Indian copertina

I Wooden Indian Burial Ground sono un quartetto muta forma di Portland, Oregon, gran cerimonieri di tempeste soniche perse in momenti catatonici e sperimentazioni minimalmente ossessive.

Il nuovo disco apre con il fuzz insistente e risoluto di “Styrofoam Factory” che vira rapidamente, quasi vampirizzato, in un organetto insistente e liquido che riecheggia gli I’m So Hollow, in sperimentazione acida e replicata con strumenti che sembrano forgiati dal dio Vulcano utilizzando materiale lavico. Improvvisazione trattenuta o libero fluire di coscienza destinato a mutare ad ogni esecuzione? Le vette armoniche e le timbriche degli strumenti errabondi sembrano suggerire il perdersi all’interno delle composizioni, in preda all’ispirazione irrefrenabile ed al cazzeggio gioioso.

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Questa sensazione è confermata dall’affermazione di Justin Fowler, band leader e principale compositore del combo, formato da Dan Galucki alla batteria, Sam Ferrel al basso e Paul Seely alle tastiere. Justin ha infatti rivelato i modi del loro processo compositivo, con lui che crea, al piano o alla chitarra acustica e quando sente avere raggiunto qualcosa vicino alla forma canzone, a volte semplici abbozzi, la insegna ai ragazzi e tutti insieme si mettono d’impegno per rovinare il suo duro lavoro.

Destrutturazione come missione quindi, considerando inoltre che l’Oregon è uno degli stati che hanno legalizzato la cannabis, sostanza di cui quasi si percepisce il profumo ascoltando questa brillante fatica discografica. Un additivo che sicuramente contribuisce a migliorare e dilatare le session di registrazione / improvvisazione.

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Quindi non solo fuzz assassino, ma molti esperimenti e tentativi avantgarde, a volte semplici divertissment col rischio di perdere la direzione, dai tentativi alla Boredoms fino alle urgenze di sapore Devo-evolute. La mancanza di struttura rischia di costituire un limite, alla ricerca dell’effetto fine a se stesso, spesso stridente con il tenore dell’album. In ultima analisi, sono sapori e soluzioni comuni a Butthole Surfers ed alcune delle incarnazioni di Ty Segall, ma l’eccessiva diversificazione dei quattordici brani contenuti sembra a volte ostaggio della sterile ricerca di eccentricità disomogenea.

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In “Spazz Pony” un organo à la Fuzztones sorregge una corsa incandescente, in ossessionante crescendo siderurgico di blues modernamente epilettico, che si abbevera in intuizioni Pussy Galore e Cop Shoot Cop.

“How’s your Favourite Dreamer” è creatività libera di spaziare in territori incontaminati percorsi un secolo fa dai Pink Floyd ispirati di Ummagumma. Tessiture sotterranee da quartetti d’archi, con suoni intermittenti di elettrostatica perplessità, urla angosciate rubate a “Careful With That Axe Eugene” e sorrette da intermezzi idiosincratici di tastiere spruzzate dalla tarda Swinging London, in procinto di virare verso le nuove sperimentazioni targate Trinity. Azzardi vocali avant giapponesi e capolino di intuizioni chitarristiche rubate al genio di John McKay, periodo Join Hands.

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“Burnout Beach” sembra rievocare lo spirito woodoo scheletrico ed impressionista di Tav Falco e rimestare nel voodoo dei Cramps, arricchito di metalliche dissonanze chitarristiche, ma la creatura Wooden Indian Burial Ground non può essere ingabbiata e tanto meno addomesticata trasformandosi ben presto in liquida candeggina a lambire sperimentazioni ’80 NYC.

E’ un disco vario, forse troppo, dove il furore heavy fuzz & psych è spesso mitigato da installazioni sperimentali e da aneliti avanguardistici. Le canzoni meno riflessive confermano l’attitudine creativa della band, con l’anima nella Kill City ed il cuore perso in un K.O. metallico. Simili a semidepredati condotti al ruscello della distorsione e dell’euforia musicale, si sono abbeverati con parsimonia preferendo trascorrere del tempo a giocare con le barchette.

Il disco è comunque molto bello e merita di essere ascoltato, se non altro per la canzone omonima che è un gioiello di creatività.

Scoolboy Johnny Duhamel

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