Tom Carter – Long Time Underground (Three Lobed Records, 16/10/2015)

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Circa tre anni fa il chitarrista Tom Carter è entrato nello studio di un medico tedesco per curarsi da quella che sembrava una brutta influenza, che purtroppo si è rivelata essere una polmonite talmente grave da indurlo in coma. E chissà che cosa ha visto durante quel periodo buissimo della sua esistenza.

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Carter è chitarrista straordinario, con uno stile che deve, inevitabilmente, sia a John Fahey che Robbie Basho, ma capace di riff originali, che si inerpicano in forme inaspettate assumendo timbri imprevisti. E’ musicista curioso e voracemente esplorativo tanto da indagare, nel corso degli anni, vari aspetti della dorning-noise music. A volte con il duo di misticismo blues estemporaneo e sottile chiamato Charalambides, altre volte si è sporcato le mani con il noise inconcludente dei Mudsuckers, quasi a voler sotterrare, sotto cascate di rumore, esili intuizioni blues. Ha collaborato in jam ispirate negli album di Bardo Pond e Badgerlore.

index 2Qui tutto cambia e Tom realizza il capitolo finale della trilogia solista iniziata nel 2009 con “The Dance From Which All Dances Come” e “Numinal Entry” del 2014. Un disco registrato dal vivo in studio, sette canzoni forgiate dal suo riconoscibile stile chitarristico potente e triste e di meraviglioso peso atmosferico.

Un album che risuona dell’esperienza del coma e delle vicissitudini che cambiano la vita per sempre. Musicisti psichedelici hanno già scritto inni all’acido e santificato pillole di vari colori, ma Tom in questo lavoro inneggia, piuttosto, al beta bloccante, rincorrendo figure ritmiche di purezza tonica, impulsi di discreta elettricità statica impigliata tra le corde di una chitarra che si ostina ad esplorare quasi autistica, ostaggio di dita e polsi narcolettici che sanno, però, mostrare i muscoli quando prevale il fuzz debordante come in quello che si potrebbe definire il terzo movimento della canzone “Prussian Book Of The Dead”. Si percepisce in questi casi l’esultanza di chi ha buone ragioni per assaporare la vita mista alla rabbia per avere dovuto superare una prova così dura.

Si tratta di brillanti soluzioni sonore di fili tessuti tra il silenzio e l’ascesi della musica curativa, quella che se non può salvare le nostre anime, almeno prova a prendersi cura dei nostri cuori.

Schoolboy Johnny Duhamel

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