The New York Dolls Undercover

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Aria, acqua, terra, fuoco, ionosfera, stratosfera, phonosfera, fottisfera, lo spazio, i satelliti, pianeti, comete, supernova… Niente avrebbe senso senza le New York Dolls.

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Sylvain Sylvain, ebreo siriano rifugiato al Cairo con la famiglia e poi costretto ad emigrare a New York. Piccoletto, usava chitarre Greitch più alte di lui. Quando le suonava, loro erano contente, sembrava cantassero. Grandi pose ed attualmente bizzarro taxi driver. Arthur “Killer” Kane, irlandese alto quasi due metri. Very cool con la caratteristica postura da Frankenstein. Ora una maledetta leucemia ce lo ha portato via, ma non prima di una bella conversione mormone nello Utah, dopo aver suonato nei Wasp e non prima di averci deliziato con la sua Killer Band.

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Parte della vita rovinata dalla sua relazione con la spogliarellista / massaggiatrice Connie Gripp, almeno finché lei non diventò ossessionata di Dee Dee Ramone. Altra vita rovinata. Comunque, al Killer arrivò addirittura a tagliargli un dito quando seppe che le fidanzate delle Dolls non sarebbero state portate a Los Angeles nel corso del tour sulla West Coast. Al concerto dovette far finta di suonare, mentre le corde vibravano al tocco del roadie Peter Jordan, che suonava dietro al palco. Alcolista impenitente, tallone di Achille: la passione per le sgallettate alte almeno un metro e ottanta che raccattava nel corso delle passeggiate che gli piaceva fare dalle parti di Time Square alle quattro di mattina. Billy Murcia, colombiano… Billy Doll cantato da David Bowie.

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Frequentava la Van Wick Junior High School nel Queens ad abitava a tre isolati da Sylvain, a Jamaica. Con Sylvain era da qualche tempo che si annusavano simpaticamente, per cui, quando il fratello maggiore Alfonso comunicò a Sylvain che avrebbe dovuto fare un incontro di lotta con Billy nel cortile della scuola, Billy rifiutò ed Alfonso trovò, facilmente, un altro antagonista.

Poi Billy cominciò a lavorare insieme a Syl nel negozio di orecchini dello zio, che si trovava esattamente di fronte al New York Dolls Hospital. Negozio in cui si riparavano le bambole di valore.

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Morto affogato in una fredda vasca da bagno di un appartamento londinese. Le Dolls erano volate in Inghilterra per aprire i concerti di Rod Stewart di fronte a 13.000 persone ed ancora non avevano inciso un disco. Dopo il concerto Billy andò ad un party di fighetti inglesi, prese del quaalude, cominciò a soffocare e svenne e quegli stronzi pensarono di metterlo in una vasca di acqua gelata per farlo riprendere e lui morì la da solo.

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Jerry Nolan, irlandese, direttamente da un camping di roulotte gestito dalla mamma, giù in Florida, come fosse un motel affittando le sei roulotte a chiunque avesse voluto un letto a buon mercato. Grandissimo fan delle Dolls ed ex parrucchiere. David Bowie: “David, hai un taglio magnifico. Chi ti fa i capelli?” Johansen: “Johnny Thunders.” Ed era vero, ma con l’arrivo di Jerry tutti i capelli delle bambole subirono un miglioramento ancora più evidente di quello del suono.

10984619_10153482784848724_410406019757224409_nEra da tempo che Jerry, fan numero uno delle Dolls, fantasticava circa la possibilità di migliorare la compattezza del suono dei suoi idoli e dopo la tragedia di Billy, proprio quando le Dolls stavano parlando di split, approcciò David dicendo che lui era della vecchia scuola e che lo spettacolo doveva continuare e che lui conosceva tutte le canzoni. In pratica supplicò un’audizione, nel corso della quale si contenne in modo da consentire ai ragazzi di tenere il tempo, perché lui, a livello musicale, era migliore dei suoi idoli che erano, pur sempre, poco più che dilettanti e dopo una fantastica versione di “Personality Crisis” il Killer corse da lui e gli disse entusiasta che non aveva mai suonato quella canzone tanto velocemente.

Giovanni “Johnny Thunders” Genzale. Brividi, brividi, brividi. Italiano del Queens. Animo troppo sensibile per poter resistere. Il mondo gli andava stretto di spalle, costretto com’era a cantare l’umanità senza farne parte.

thuStile chitarristico formidabile imitato da molti, ma mai penetrato. Unico vero musicista del combo, con all’attivo numerose ore da session man, tecnica sopraffina, che lui faceva sembrare semplice simile a certe figure di Kelly Slater, che quando lo vedi quasi pensi sia facile entrare in un tubo d’acqua ruggente, ma se ci provi, poi vai sotto e ti devono venire a tirare fuori con la moto d’acqua. Similmente alla leggenda del surf, anche il nostro figlio segreto di Segovia faceva apparire semplici le cose complesse e piene di anima tanto da ispirare praticamente tutti i chitarristi punk, che lo vedevano e pensavano che quello lo potevano fare anche loro. Sì, sì come no! Ed allora perché nessuno di loro ha scritto “Pirate Of Love”? Canzone che ha praticamente inventato la New Wave? Johnny Rotten e Sid Vicious inarcavano il labbro nella tipica smorfia di Johnny e Steve Jones copiava anche le pose sul palco, ma come una sorta di omaggio, quasi una venerazione, come confesserà in seguito nel documentario di Julian Temple.

20107_10153482782903724_5099485751561336843_nQuesto mondo non era per lui e negli ultimi anni di vita si è lanciato in un vortice di veloce autodistruzione, quasi a voler diventare una sorta di Dean Martin dei tossici con tanto di siringhe impigliate nei capelli. Negli anni con le Dolls era bellissimo coi suoi capelli cotonati, neri come l’inferno che tutti, ma proprio tutti i musicisti glam metal hanno cercato di imitare, ma tanto nessuno era bello e figo come Johnny. Elliot Murphy lo conosceva fin dalle elementari e poi: “Un giorno ero all’edicola. Mi volto e vedo Johnny! Zatteroni, rossetto e capelli incredibili. Più bello di Rod Stewart. Era già una superstar fin dai tempi di the Actress.”

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Quando avevo dieci anni mia mamma mi vestiva come Dee Dee e mi fomentava dicendomi: “Dai, fai David Johansen”. Da teen ager capii che forse avrei preferito essere Johnny Thunders, vero spirito romantico del gruppo. Non mi interessa di quello che afferma Sable Starr. Le groupies sono dei cessi che rincorrono i musicisti, perché non sufficientemente belle da farsi rincorrere. Invece i musicisti rincorrono le strafighe che non hanno bisogno di fare le groupies e le groupies sono delle frustrate che si abbassano a qualsiasi umiliazione. Non credo a nessuna delle brutte parole pronunciate da Sable relativamente alla sua relazione con Johnny. Non mi interessa se si è appropriato di “Chinese Rock” che Dee Dee ha scritto, a cui Richard Hell ha aggiunto una strofa vedendosela accreditare generosamente come co-autore dal bassista dei Ramones e portarla in dote agli Heartbreakers che se ne impossessarono. Le musiche sono sempre nell’aria, difficile dire con precisione a chi appartengono. Di sicuro, la prima volta che intervistai Johnny, dopo tre notti di concerti strabilianti al Gibous di Parigi, chitarra acustica, sax ed armonica a bocca, a cavallo tra la fine e l’inizio di un anno, fu gentilissimo, divertente e brillante e visto che sia io che la mia fidanzata eravamo giovanissimi, insistette talmente da offrirci il denaro per il taxi ed hai voglia fargli capire che avrebbe pagato tutto il giornale e che comunque in quel periodo abitavamo a Parigi. Niente, si era intestardito ed abbiamo dovuto accettare il denaro. Alla faccia di tutto quello che si racconta su chitarre e cappotti rubati.

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Nelle Actress Johnny cantava e la sua voce era una voce modulata su tonalità epicamente strappa cuori. Sembrava nessuno al mondo potesse cantare meglio, ma c’era questo svedese. David Johansen. Un fanfarone fatto e finito. Bello come Mick Jagger ed una voce roca e blues da strapparsi i capelli. Aveva passato l’infanzia a fare il bambolotto delle sorelle maggiori che avevano l’abitudine di vestirlo da donna e lui le faceva morire dal ridere. Gli chiesero di unirsi alle Dolls per simpatia. Faceva, veramente ridere tutti. “David, ma è vero che nelle Dolls siete tutti bisessuali?” “Ma vedi, non posso parlare per gli altri, ma io, di sicuro, sono trisessuale!”.

10639683_10152660952968724_1185363189056702414_nAi tempi di Buster Pointdexter mi ha raccontato che una mattina era tornato a casa dopo uno spettacolo al Bottom Line, ubriaco come una zeppa. Nella segreteria telefonica un messaggio della sua agente che gli ricordava il provino per una piccola parte che avrebbe dovuto sostenere alle nove di mattina. David: “Panico? Naaaahhhh! Erano le cinque di mattina. Ho caricato la sveglia per le otto. Ostrica del deserto, doccia, abbondante dose di Preparazione H per ovviare alle borse sotto gli occhi e via andare. Ho avuto la parte ed il film era ignobile.” Alla famosa esibizione al Club 82, la prima tutti vestiti da donna, tranne Johnny “col cazzo che mi vesto da donna. Andate tutti affanculo” David era vestito da donna con gonna tacco 12 e tutto l’armamentario e sembrava convinto nella parte, mentre Johnny è a torso nudo, stupendo con la sua chitarra fulminante mentre ci delizia con una versione indimenticabile di “Chatterbox”. Il Club 82 era un club di Drag Queen dove Errol Flynn era solido andare, sedersi al piano, tirare fuori l’uccello e con quello percuotere i tasti.

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Le Dolls avevano le groupies più belle di tutti. Erano fighi indelebili e sceglievano il meglio. Quando arrivavano nelle hall degli alberghi avevano sempre 30/40 persone ad attenderli e non succedeva mai per le altre band e se le altre band avevano groupies, appena arrivavano le Dolls queste li lasciavano per aggregarsi a loro. Non come gli Stooges che si scarriolavano dei cessi fuori dal mondo. Una volta suonarono a Parigi e si portarono dietro le fidanzate. Poi nella hall del George V, credendo che avrebbe pagato la casa discografica, comprarono mezza vetrinetta di Cartier per le ragazze… Hermes a go-go e sigari… Grandi sigari per tutti e Johnny Thunders aveva il sigaro più grosso. Sapevano farle divertire le ragazze.

David Johansen aveva velleità da intellettualoide e prese in prestito la trasgressività del Ridicolous Theatre che portò nel rock’n’roll. Gli sarebbe piaciuto appartenere alla cerchia ristretta che gravitava attorno a Charley Ludlam con cui era buon amico, ma in fin dei conti non si riuscì mai ad avvicinare troppo a quel mondo in quanto un po’ troppo eterosessuale. In fondo David era solamente un kid che voleva uscire da Staten Island e quando entrò nelle New York Dolls imboccò una bella scorciatoia senza bisogno della scena teatrale.

Le Dolls cominciarono a suonare in tutta la città. Il martedì al Mercers Arts Centers ed erano di casa al Diplomat Hotel.

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All’inizio dell’imprescindibile documentario di Bob Gruen, proprio dopo il numero coi mitra, tirati da gangster sul maggiolino a scorazzare per la Bowery, le si vedono in cima ad una montagnola rispondere alle domande do Bob con un fare veramente civettuolo, tutti intenti a cotonarsi i capelli, parlando col tipico accento gay e facendo morir dal ridere. In effetti, gente come Leee Black Childers ed i suoi amichetti, erano convinti che fossero effettivamente gay, ma quanto scoprirono che erano probabilmente i più grandi assatanati di figa di tutta la Big Apple, continuarono ad apprezzarli e sostenere.

Le Dolls riportarono le canzoni ai tre minuti uscendo dal pantano degli assolo da dieci minuti e dei pezzi che potevano occupare un intera facciata di un album. Riportarono in auge la magia del rock’n’roll primitivo, con attitudine depravata. David non ricorda la ragione per cui inizialmente il nuovo movimento venne denominato Glitter, probabilmente perché molti ragazzi del pubblico cominciarono ad usare brillantini. Fatto sta che le Dolls presto divennero la cosa più cool in città. Il gruppo che era di moda andare a vedere. Non si andava solo al concerto delle Dolls, ma si andava a farsi vedere al concerto delle Dolls.

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Le Dolls ebbero il grande merito di riportare il rock nelle strade, riesumando il formato canzone fuori dalle Rolls Royce buone per la voce delle inarrivabili superstar. La loro musica era il riflesso delle loro giovani personalità e della loro passione, seppure suonata con una certa dose di inesperienza, ma con la vitalità del coinvolgimento totale. Il primo album omonimo, pur sofferente della inadeguata produzione di Todd Rundgren, è stata la prima vera riflessione sulla nuova gioventù dei ’70, la linea di demarcazione dalla quale una nuova generazione iniziò a prendere a calci in culo quella precedente indicando il nuovo ordine.

Il secondo album ha il titolo premonitore di “Too Much, Too Soon” ed anche in questo caso, solo l’attitudine da kamikaze delle Dolls salvò il materiale musicale dalla rovina che si intravedeva all’orizzonte a causa della pessima produzione di Shadow Morton. Il suono è stato miracolosamente mantenuto, sporco, pericoloso, ironico, cattivo e duro in un periodo in cui tutto risultava pre-confezionato, sicuro gentile e pulito e ben suonato sotto il profilo tecnico

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Quando Malcom McLaren iniziò a fare quello che lui stesso definiva “un manager da pagine gialle” delle Dolls la band era quasi finita, galleggiante in un mare di apatia, alcol e droghe pesantissime. Malcom arrivò a New York, caricò i suoi articoli di King’s Road, su una station wagon e cominciò a venderli, direttamente dal bagagliaio posteriore, ma a prezzi talmente elevati che Deborah Harris sostiene quasi nessuno potesse permetterseli. Così, mentre studiava il suo amato Richard Hell, decise di rilanciare le Dolls coinvolgendole in quello che, se fossero state Picasso, sarebbe stato il loro periodo rosso. Malcom considerava le Dolls troppo aggrappate a quella forma di narcisismo caratteristica della generazione sixties, quella sindrome di Peter Pan che i ragazzi attuavano con il loro look da transessuali. Cercò allora di movimentare le acque ricorrendo alla politica e precisamente al tabù del Comunismo. Prima tentò con la politica della noia, ma poi li vestì tutti di pelle rossa, con una bella falce e martello dietro il palco e lanciare sul pubblico Il Libretto Rosso di Mao. Un tentativo artistoide, quasi una installazione tipo tesina da scuola d’arte inglese, uno scardinamento dell’attitudine pop trash di Warhol così cattolica e noiosa, dove tutto doveva essere un prodotto vendibile e commerciabile.

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Le Dolls erano ormai senza energia, svogliate ed odiavano Malcom. Le sue idee potevano funzionare a Londra, ma loro non erano interessati alla politica ed ancora meno ad esperienze pretestuosamente artistoidi. La band era in un brutto momento e i ragazzi erano vulnerabili. Accettarono loro malgrado un tour in Florida. Ormai le limo erano un ricordo e si trovarono a viaggiare a bordo della station wagon Fury III verso location la maggior parte delle volte costruite con tronchi d’albero, se non addirittura stalle, con i bifolchi di turno che urlavano di suonare pezzi degli Stones. Si erano installati in tre roulotte del campeggio della mamma di Jerry e ben presto strinsero amicizia coi locali che si prodigarono a reperire l’eroina per Johnny e Jerry. La situazione era insostenibile e durante una cena, sembrava non aspettassero altro, quando David affermò che nelle Dolls nessuno era indispensabile, Jerry sbottò, si alzò da tavola e disse: “Fanculo le Dolls”. Johnny mise il carico: “Se se ne va Jerry, me ne vado anch’io” ed il giorno seguente erano su un aereo diretti a New York. I tentativi di Johansen e Sylvain di continuare col vecchio nome furono patetici nonostante l’ottimo successo del tour in Giappone. In sostanza Johansen non poteva stare in tour con due individui che periodicamente erano costretti a rientrare a casa per procurarsi la roba, ma il gruppo non poteva esistere senza Thunders. Il Killer, nonostante i numerosi tentativi di rehab, viveva in un perenne stato di annebbiamento. Non c’era più nulla da fare. I giochi erano fatti. Tutto finito.

Schoolboy Johnny Duhamel

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