The Mantles – All Odds End (Slumberland Records, 16/10/2015)

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Michael Olivares ha mischiato il croccante mattino jingle jangle al legno della chitarra, intrappolato tra le corde quei magnifici cirri bianchi, e quasi irreali, che si vedono solo sopra la San Francisco Bay, ha preso un’ampia boccata di aria frizzantina ed ha realizzato un’altro disco di puro, semplice, equilibrato ed affascinante pop.

Il disco è stato prodotto da Jason Quever dei Papercuts, gran maestro vintage degli studi di registrazione, che, durante le registrazioni, stava terminando il trasloco per trasferirsi a Los Angeles. Con molta della propria attrezzatura impacchettata, ha dovuto fare di necessità virtù inventandosi magie varie che hanno permesso di realizzare un sound familiare, classico e sempre più distintivo, sgargiante ed euforico.

Per l’occasione, ai tre membri originali, Olivares, Virginia Weatherby ed il chitarrista solista Justin Loney, si sono aggiunti il kiwi Matt Bollimore al basso e Carly Putnam alle tastiere.

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E’ un suono pop misto a garage sterilizzato e di grande impatto, coretti Paisley leggeri come la brezza. Un suono che deve molto all’ossessivo martellamento chitarristico dei Velvel Underground, ma anche alla Postcard ed ai pezzi più segnatamente pop di Julian Cope. Tuttavia, il riferimento maggiore, per ciò che riguarda la struttura canzone, sono I Ramones. Prima di essere accusato di recensione eccentrica, vorrei precisare che tutti gli arrangiamenti sono realizzati sulla falsariga della musica dei quattro fratellini. La batteria di Virginia Weatherby usa i tom ed i patti allo stesso modo di Tommy, seppur con minore irruenza. Justin Loney è chitarrista brillantemente essenziale, che non consumerà mai troppo il manico delle proprie chitarre, prediligendo uno stile a sottrarre, con marcate derive esilmente twang e le tonalità cristalline di Roger McGuinn. Il basso non è mai protagonista e la voce da bambino annoiato di Michael Olivares galleggia sulle note care a Joey. I suoi accenti sono smussati ed i testi non sono tanto provocatoriamente ridotti all’osso. Si ascolti la gioiosa “Stay”: puro ramonesque sound con tastiere tipo Seeds liofilizzati, ma il tutto suonato con la chitarra di Dave Roback, periodo Rain Parade. Se poi si considera che una delle più belle canzoni del mazzo s’intitola “Hate to See You Go”, credo il gioco sia scoperto.

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L’album è pervaso dalla tessitura sotterranea delle tastiere giocattolo su cui s’innervano le delizie strumentali degli altri musicisti.

“Best Sides”, all’interno di un disco grandioso, è veramente irresistibile col suo piglio pop arricchito da melodie e coretti che non avrebbero sfigurato su “Rubber Soul”, la voce puntiforme, se non idiosincratica, ed uno special chitarristico che potrebbe essere banale, poiché, ricalca la melodia vocale, ma risulta, infine, brillante, se non ironico, forse proprio perché suonato con stile twang delicato. “Police My Love” straripa di effluvi garage sorretti da un organo liquido e impenitente con grande insistere di piatti.

Insomma, un grandissimo disco che, simile al crack, vi aggancerà fin dal primo ascolto e non potrete più farne a meno. Vi perderete all’interno di questo buco nero, tappezzato con arrangiamenti e suoni insistenti di immarcescibile classicità, sempre simili, ma profondamente diversi. Un buco nero dal quale non vorrete più uscire.

Schoolboy Johnny Duhamel

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