The Chills – Silver Bullets (Fire Records, 2015)

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The Chills – Silver Bullets (Fire Records, 2015)

Impossibile per quanto mi riguarda non essere che entusiasta per il nuovo disco dei Chills. L’ultimo lavoro in studio della band era infatti datato 1996 e i fan di lunga data della band hanno dovuto aspettare praticamente vent’anni prima che quello che è, probabilmente, anzi sicuramente, senza nessun dubbio il gruppo simbolo del dunedin sound, tornasse a pubblicare un nuovo album di inediti.

Il disco esce su etichetta Fire Records diciannove anni dopo ‘Sunburnt’ e alla vigilia di un tour in compagnia dei Brian Jonestown Massacre di Anton Newcombe. Più che segnare un vero e proprio ritorno per Martin Phillipps e conìmpagni, può forse costituire l’inizio di una nuova fase. Nel mezzo, nel corso di questi venti anni, Phillipps è andato avanti tra alti e bassi. Anti-depressivi e eccessi nel consumo di droghe e alcol hanno contrassegnato larga parte della sua esistenza, ma durante tutti questi anni non ha mai completamente messo da parte il progetto Chills, che ha cercato sempre e comunque di portare avanti seppure tra mille difficoltà. Vedi conseguentemente la pubblicazione di varie compilation e/o antologie.

Phillipps si considera un sopravvissuto. Ha smesso con le droghe già da un po’, ma continua a bere e a chi gli chiede come sta, risponde che nonostante tutto, anche se le cose vanno meglio, non si sorprenderebbe se da qui a dieci anni dovesse non essere più in circolazione. Una dichiarazione forte, che potrebbe apparire quasi una spacconata a chi non ne conosce la spontaneità e la schiettezza, quella apparente semplicità che poi traspare anche dalle sue canzoni.

‘Silver Bullets’ è il disco che aspettavano tutti gli appassionati al dunedin sound (quello reso celebre tra l’altro anche dai Clean, i Dead C, i Verlaines…) e più in generale tutti quelli che hanno sempre guardato con affetto alla grande onda della wave australiana e neo-zelandese, di cui del resto i Chills furono proprio gli iniziatori. Un ritorno tra le altre cose che segue solo di un paio di mesi la pubblicazione dell’ultimo disco di un altro gigante della musica dell’emisfero australe, cioè quello di Robert Forster, intitolato ‘Songs To Play’, uscito lo scorso settembre su Tapete Records.

È il disco che aspettavano tutti gli appassionati a queste sonorità lo-fi che ebbero il massimo momento di gloria durante gli anni ottanta e fino alla metà degli anni novanta. Omologhi di band che hanno ottenuto un riscontro commerciale anche maggiore, come gli R.E.M. oppure i Dream Syndicate di Steve Wynn, i Chills con questo album ripropongono con forza quello che è il loro sound più tipico. Sonorità riconoscibili nelle chitarre fulminanti della title-track oppure di ‘America Says Hello’ e nella schiettezza indie-pop di ‘I Can’t Help You’, ‘Aurora Corona’ e ‘Molten Gold’, canzoni che tutti vorrebbero ascoltare alla radio. Perché Martin Phillipps, semmai fosse necessario avere delle conferme in questo senso, è un grande scrittore di canzoni. Meno intellettuale nelle pretese rispetto a Michael Stipe e compagnia e con quella attitudine punk derivata da band anglosassoni del genere della fine degli anni settanta, a partire dai Buzzcocks,  Phillipps e i Chills rivelano quella intelligenza peraltro già nota e tipica della band nella costruzioni di canzoni come ‘Tomboy’ oppure ‘Underwater Wasteland’, gli otto minuti di ‘Pyramid/When The Poor Can Reach The Mood’ dove senza mai annoiare, trascendono i confini tipici del genere ‘pop’ senza mai cercare di strafare e perdere il contatto con la melodia. Altre tracce, infine, come ‘Liquid Situation’ oppure ‘Warm Wareform’, riprendono quel gusto per le ambientazioni cinematografiche quasi spaghetti che contraddistingue alcune tonalità del sound storico della band e che come approccio potrebbe ricordare quello di Stan Ridgway e dei suoi Wall of Voodoo.

Per tutte queste ragioni, ma soprattutto perché tutte le volte e a ogni ascolto mi sembra di non averne mai abbastanza, ‘Silver Bullets’ è un disco che avrei voluto ascoltare quando avevo vent’anni, ma che vorrei ascoltare ancora oggi e pure tra dieci anni, quando chi lo sa, magari saremo ancora tutti e due in circolazione a parlare di un nuovo disco dei Chills. Tieni duro, Martin, la forza scorre potente in te e io ti sorrido felice, mi sento quasi rinascere mentre ascolto le battute finali di ‘When The Poor Can Reach The Mood’.

@sotomayor

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