Ted White – Android Avenger, 1965

u794
Ted White – Android Avenger, 1965. Urania Mondadori n. 794 del 29-7-1979. Illustrazione di copertina di Karel Thole.

NATO D’UOMO E DI MACCHINA. Non mi ha particolarmente entusiasmato questo breve romanzo di Ted White. La storia di ‘Nato d’uomo e di macchina’ infatti, al di là di quelle che sono le tematiche trattate, stenta a decollare. Ogni volta che questa sembrerebbe poter prendere una qualche piega avvincente e la narrazione arrivare a una svolta, questa si interrompe in qualche modo più o meno bruscamente e arrivando a un punto morto. La vera azione si svolge praticamente all’inizio e alla fine della storia, mentre nel mezzo tutto quello che succede oltre che essere poco entusiasmante, appare pure tutto sommato privo di sostanza narrativa vera e propria.

Parlerei di un esperimento poco riuscito, invece che di una brutta storia oppure di un brutto romanzo e dove invece ci sarebbero comunque un mucchio di argomenti di cui parlare e che avrebbero potuto essere trattati anche più approfonditamente. Anche se forse in questo caso sarebbero state necessarie un numero di pagine di gran lunga maggiore e che forse non avrebbero fatto piacere a quelli che ricercano la lettura di un semplice romanzo di avventura sci-fi invece che la trattazione di argomentazioni di tipo esistenziale e quasi spirituali come quelle che ad un certo punto diventano quello che sarebbe il vero motivo centrale della narrazione.

L’AUTORE, TED WHITE. Chi conosce Ted White sa che non ci troviamo al cospetto di uno sprovveduto. Nato a Washington nel 1938, Ted White è infatti universalmente considerato come uno dei massimi autori del genere di un materia di cui è profondo conoscitore e un vero e proprio ‘agitatore’ nell’ambiente avendo nel tempo svolto la propria attività non solo come autore letterario, ma anche in campo editoriale.

In un’epoca oramai lontana nel tempo e dal nostro immaginario, a soli quattordici anni Ted White acquistava una rudimentale macchina per il ciclostile e con la quale produce per un breve tempo una fanzine di fumetti con Superman come protagonista e l’anno successivo la sua prima vera fanzine (Zip) anche se con la tiratura limitata di 35 copie.

Negli anni ha preso parte a innumerevoli progetti editoriali e scritto e collaborato con diverse fanzine e riviste di genere quali The Magazine of Fantasy and Science Fiction oppure Stardate. Tutte storie editoriali che potrebbero oggi avere poco senso per gli appassionati più giovani, me compreso probabilmente, ma che in verità sono state in qualche modo sostituite da un certo fermento sotterraneo sul web e dove si possono comunque trovare diversi siti e comunità di appassionati, webzine dedicate alla materia fantascientifica. Ma i maggiori successi li raccoglie ovviamente quale autore letterario di genere fantacientifico raggiungendo il suo massimo successo con la vittoria del prestigioso Premio Hugo nel 1968 nella categoria ‘Best Fan Writer’.

DR. PROGRESSO. Tutte queste informazioni fanno di Ted White quello che si potrebbe definire, secondo il mio modo di considerare la letteratura oggi e tutte le arti, l’autore e l’appassionato del genere fantascientifico per eccellenza e dove non esiste una separazione netta e invalicabile tra scrittori, lettori e appassionati e tutti quelli che si dedicano e dedicano del loro tempo a questa grande passione.

Ma Ted White è molto di più. Com’è quella frase di José Mourinho? ‘Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio.’ Una frase che dice molto sull’allenatore portoghese, di cui io (tifoso nerazzurro) non posso che essere un grande estimatore, e che ribaltata in qualsiasi altro settore della nostra società si rivela sempre quanto mai azzeccata.

Ted White non è infatti solo un grande appassionato di fantascienza. Grande appassionato di musica e di tutti i generi, dalla musica classica al jazz e specialmente di musica rock (più specificamente, per sua stessa ammissione, ‘art rock’ oppure ‘progressive rock’), ha sin dagli anni cinquanta scritto su diverse riviste come critico musicale fino agli anni settanta quando ha cominciato a svolgere stabilmente questa attività sia per la radio che per la carta stampata (anche per il celebre mensile Unicorn Times) con l’alias di Dr. Progresso.

Un interesse che potrà sorprendere molti degli appassionati e dei conoscitori di questo scrittore di fantascienza e che per noi italiani in particolare potrebbe apparire quasi ‘inedito’ e ancora più motivo di interesse se consideriamo che, dato il suo interesse in particolare per l’art-rock e il progressive, questi è stato negli anni uno dei maggiori critici musicali negli USA di band e artisti italiani del genere, quali I Giganti, gli Osanna, la PFM, il Bando del Mutuo Soccorso. Tutto materiale che comunque è in larga parte ancora oggi reperibile online grazie a quella che è un interessante archivio e website che lo stesso Ted White si impegna nel tenere in piedi ancora oggi sul mondo del world-wide-web.

IL CICLO DI BOB TANNER. Ma ritorniamo al romanzo, il cui titolo originale è ‘Android Avenger’. Come abbiamo detto, questo potrebbe apparire quasi un’opera incompiuta e un tentativo ambizioso che però si risolve anche a causa di una mancanza di spazio a esaurirsi senza dare libero sfogo a quelli che sarebbero tutti i contenuti talvolta anche solo accennati da parte dell’autore. Questo succede sicuramente anche perché l’opera del resto non si esaurisce in se stessa, ma fa parte di quello che sarebbe poi un vero e proprio ciclo di romanzi (e di cui questo cosituisce il primo capitolo) intitolato, ‘Il ciclo di Bob Tanner’.

Il protagonista di queste storie, è evidente, è proprio Bob Tanner, che nella pratica sarebbe un cyborg anche se nella storia narrata all’interno di questo romanzo egli è inizialmente inconsapevole di quale sia la sua reale natura. Egli crede di essere un uomo e nella sua memoria sono archiviati quelli che costituiscono dei ricordi fasulli e che ad un certo punto per una serie di circostanze gli vengono a mancare. Alla ricerca allora di un suo nuovo equilibrio e ragionando sempre di più secondo delle logiche tipicamente umane, Bob Tanner attraverserà diverse crisi di coscienza e muovendosi in quello che è un futuro distopico (anno di ambientazione: 2017, ma il romanzo è del 1965) cercherà non solo di capire qualche cosa di più su se stesso e la sua natura, ma anche di comprendere quali sono le ratio che regolano la società in cui vive.

Da questo punto di vista, va detto, il lavoro di Ted White è ineccepibile. La società che questi ci rappresenta, ma soprattutto il modo in cui ci disegna le città fantascientifiche, in questo caso quella di New York nell’anno 2017, è un lavoro di grande maestria e dove egli ricerca di non sprecarsi, ma neppure di eccedere. Il suo futuro è un compromesso tra le spinte più futuristiche e fantascientifiche della sua epoca e ragionamenti fatti di logica e fondati sul buon senso e  invece che su ragionamenti di tipo speculativo. Non ci sono di conseguenza macchine volanti e grattacieli giganteschi, ma possiamo trovare strade mobili e reti di linee metropolitane fitte come ragnatele e particolarmente all’avanguardia.

Naturalmente non è secondario il contesto sociale dove si muove il nostro eroe, Bob Tanner. Gli Stati Uniti d’America hanno ceduto alle spinte più conservative e il pensiero dei singoli soggetti viene controllato e tenuto continuamente sotto monitoraggio da parte delle istituzioni e da quello che costituisce il braccio armato, i cosiddetti ‘censori’. Chi non rispetta le regole, chi ha pensieri sovversivi, ha il destino segnato: l’esecuzione. E poiché tutti quanti prima o poi possono avere anche solo semplicemente la luna storta, essere condannati a morte non costituisce qualche cosa di occasionale, ma un evento, una pratica quotidiana e a cui tutta la società prende passivamente parte, soggiogata dalla paura.

BOB TANNER, UN NUOVO MESSIA. In questa società allora Bob Tanner appare essere una specie di nuovo messia, una figura che riesce a sfuggire a ogni tipologia di controllo e di monitoraggio. Ma solo apparentemente perché in realtà anch’egli ha in qualche modo una figura che lo controlla, un ‘papà’, che lo utilizza secondo le sue volontà come killer e senza che inizialmente Bob possa in qualche modo opporre opposizione, finché alla fine, dopo quella che si potrebbe considerare una esperienza spirituale e allo stesso tempo virtuale, egli viene a contatto prima con i ‘bleeckers’, che costituiscono la parte emarginata della società e vivono relegati nelle periferie delle grandi città, e successivamente attraversa una specie di Eden ideale.

Sono queste ultime due cose in particolare che fanno di Ted White quello che considero a tutti gli effetti un vero e proprio pioniere nel campo della letteratura fantascientifica e quello che considero un anticipatore del genere cyberpunk. Bob Tanner è un uomo oppure una macchina? Personaggio in ogni caso anticonformista, si muove in una realtà sociale devastata e border-line e dove a una direzione da parte delle istituzioni profondamente conservatrice si oppongono figure di emarginati sociali che vivono nascondendosi e isolate dal resto della società. Lui è apparentemente a tutti gli effetti un uomo, si considera un uomo come tutti gli altri, ma il suo corpo è naturalmente quello di una macchina e in quanto tale possiede delle capacità e delle possibilità che sono negate a un qualsiasi altro essere umano e che per questo lo rendono allo stesso tempo sia speciale che mostruoso e per questo se è in qualche modo al di là del controllo delle istituzioni, dall’altra parte egli è per forza un emarginato e una figura che può e deve essere per forza di rottura, se non vuole essere usato, manipolato da parte di chi detiene il potere.

Bob Tanner non è esattamente una specie di Gesù e neppure un rivelatore. Egli non ha paura di uccidere e non ha una profonda spiritualità, anche se il processo che lo porterà a prendere coscienza della sua natura lo costringerà comunque a riconsiderare non solo se stesso e la sua vita, ma anche tutto il sistema sociale in cui vive. Egli è comunque un messia, tuttavia, perché è chiamato a risolvere: deve rispondere a delle domande e questo prima che per gli altri, soprattutto per se stesso. Dotato di consapevolezza e di senso critico, ma pure facile all’errore e a sentimenti come paura, rabbia, eccitazione, in fondo questo non è così diverso da un qualunque altro essere umano e questa cosa ci può tanto spaventare quando in qualche modo spingerci a prendere coscienza di noi stessi e delle nostre infinite capacità.

@sotomayor

Quotes.

1.  Chi dice che esistono metropolitane che sono migliori di quella di New York è un bugiardo. Ammesso che in altre città vi sono strade mobili migliori e il nuoo assetto urbano fa di Londra una città molto più bella di quanto non lo sia mai stata New York, ma da quando la nuova rete della metropolitana di New York è stata completata nel 1982, non ne sono più state costruite di migliori.

Quando si provvede al piano regolatore di una città grande e attiva, bisogna tener presente la necessità di un transito rapido. Bisogna poter rapidamente raggiungere qualsiasi punto della città, altrimenti questa finisce a soffrire di arteriosclerosi e a morire di congestione.

Nei giorni della pre-sanità, il mezzo ritenutomigliore erano i veicoli privati, il che costituisce un esempio lampante di follia da parte di milioni di persone che volevano agire tute insieme e individualmente. Ne seguivano ingorghi che bloccavano strade e incroci, cosicché non solo i cittadini non potevano circolare liberamente, ma impedivano il transito alle merc che non potevano venire trasportate in altro modo.

Il grandioso complesso della metropolitana fu ideato apposta per ovviare a questi inconvenienti. Fu deciso infatti di creare un sistema così capillare e comprensivo di tutte le necessità di trasporto per cui in superfice fossero sufficienti solo le strade mobili, a Manhattan. Questo significava installare delle linee sotto quasi tutte quelle strade dove già non ne esisteva una, e collegarle tra loro. Ne sarebbe risultato un vero e proprio formicaio rombante di treni nel sottosuolo dell’aria.

Il progetto inoltre prevedeva tre livelli di binari. Su quello superiore transitavano i treni locali e gli espressi; i locali fermavano ogni cinque isolati, gli espressi ogni quindici. Su quello mediano viaggiavano gli espressi ultrarapidi a trattolimitato con stazioni a cinquanta isolati l’una dall’altra, e a volte anche a distanza maggiore. Questi treni superavano i cento chilometri orari. In contrasto ai settanta dei treni del livello superiore, erano in grado di coprire i venticinque o trenta chilometri in un tempo sorprendentemente breve, ed erano i più frequentati dai pendolari che abitavano nei sobborghi.

Il livello inferiore era destinato al traffico delle merci. I treni procedevano senza sosta caricando e scaricando le merci sulle banchine che correvano lungo il lato esterno dei binari, da dove poi venivano smistate ai destinatari mediante nastri trasportatori o montacarichi. Il commercio di Manatthan, oggi, dipende unicamente da questo sistema di trasporto. Camion e furgoni appartengono al passato.

2. Avevo l’impressione di muovermi più velocemente del normale e che invece il treno, uscendo dalla stazione, procedesse con estrema lentezza. Cercai di fermarmi per guardarlo, ma senza che io lo volessi il mio corpo girò su se stesso e fui travolto da un senso di vertigine, mentre il sangue mi martellava le tempie.

Mentre mi muovevo in mezzo agli altri passeggeri che si trovavano sulla piattaforma, mi sembrava che tutti si fossero trasformati in statue. Uno cominciò a sollevare il piede con esasperante lentezza, ma ebbi il tempo di vederlo solo per una frazione di secondo, prima di oltrepassarlo. Era un incubo.

3. Guardai la finestra. Fuori era buio pesto, non l’oscurità attenuata dai lampioni e dalle insegne al neon, ma quella del deserto, di una città deserta. Era un nero impenetrabile che mi consentiva di vedere solo la mia immagine che mi guardava riflessa nel vetro della finestra.

‘La figura nel vestro era morta. La carne si era decomposta e cadeva a brandelli dal lucido teschio d’acciaio e dei fili metallici. Mancava tutto il lato destro e la gabbia toracica di metallo riluceva vuota. Aprì la bocca e scorsi un bagliore color rubino.’

A quella vista indietreggiai atterrito.

4. ‘Noi siamo gli unici che siano ancora veramente vivi in questo mondo. Gli unici che non si sono ritirati nei loro gusci morti e abbiano dimenticato cosa significhi vivere. – Le brillavano gli occhi per l’entusiasmo, come se avesse trovato in me qualcuno da convertire a una nuova religione. Avrei voluto dirle che navigavo sotto falsa bandiera, ma non ero intimamente sicuro del perché la pensassi così. – Noi siamo i Bleeckers – continuò lei – la gente viva. Siamo gli attori, gli artisti, i poeti, gli scrittori, i compositori, i bohémiens, coloro che sono dotati, che hanno sempre dato un’ispirazione alla società e alla cultura, coloro che gli altri hanno sempre ignorato, isolandoli, soffocandoli nei ghetti perché nell’intimo avrebbero voluto eliminarci del tutto. E siamo coloro che hanno preso il sopravvento sugli altri, i ‘normali’, i morti così fieri di vivere e morire come ingranaggi di una macchina, dopo che quelli hanno abbandonato la città.

‘Noi siamo gli abusivi, insieme ai topi e agli scarafaggi. Non paghiamo affitto a nessuno e siamo quelli che impediscono a questa casa, e a tutto il resto della città, di andare completamente in rovina. Lavoriamo per noi stessi e per gli altri. Non facciamo cose prive di senso con simboli senza senso. Non giochiamo con i pezzi di carta colorata. – Il disprezzo le acuiva la voce. – Noi viviamo!’

5. Abbassai gli occhi a guardarmi. Ero nudo anch’io. Il mio corpo era intatto, non c’erano cicatrici a indicare le ferite che mi avevano dilaniato, e la caviglia offesa non mi faceva più male.

L’Eden. Questa era la realtà primaria. Il principio di tutto. Mi avevano donato l’Eden e questa Lilith dai capelli rossi per compagna.

Perché? I miei ricordi cominciavano ad annebbiarsi. La mia identità come Jerry Landers era quasi cancellata. Non riuscivo nemmeno a ricordare lo strano mondo tetro che lui chiamava casa. E Bob Tanner, col suo fardello di timori e di colpe, stava allontanandosi anche lui.

Si era completato il ciclo? Stavo tornando al vero inizio? O questa era solamente un’altra sequenza, una scena da recitarsi a beneficio del complesso-computer?

Precedente David Bowie – Blackstar (RCA, 08/01/2016) Successivo 75 Dollar Bill - Wooden Bag (Other Music Recording Company, January 13, 2015)

Lascia un commento