Tarsem Singh – Self/less, 2015

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Tarsem Singh – Self/less, 2015

VIVERE FINO A DUECENTO ANNI. Adesso non sono in grado di citare fonti scientifiche ufficiali e in qualche modo attendibili, ma per questo potrete benissimo fare qualche ricerca sul web e eventualmente fare quella che si ritiene una opportuna scrematura tra notizie più o meno credibili, tuttavia secondo alcuni studi l’età media della popolazione europea nel 2050 sarà di 47 anni, un dato sensibilmente maggiore a quello delle ultime rilevazioni, fatte nell’anno 1990 e che consideravano come età media della popolazione del continente quella di 37 anni.

Sono ancora più interessanti alcuni studi e teorie, proiezioni secondo le quali sarebbe già nata la prima persona destinata a vivere fino a duecento anni di vita. Un traguardo che, se raggiunto, sarebbe stato in qualche modo solo inimmaginabile e esclusivo patrimonio dell’immginario fantascientifico solo fino a dieci anni fa.

Ammesso questo dato sia realistico, si tratterebbe chiaramente di un traguardo incredibile per quello che riguarda la longevità e che apre davanti agli occhi dell’umanità, nuove prospettive e nuovi scenari relativamente le strutture e le dinamiche della società in cui viviamo e che forse in questo momento possiamo solo ipotizzare basandoci sui dati statistici già citati in apertura del post e quindi l’incremento dell’età media della popolazione mondiale.

Naturalmente, a parte questo, la prima domanda da farsi sarebbe, ‘Va bene, vivremo fino a duecento anni, ma come?’ Si aprono davanti a questa domanda tutta una serie di interrogativi dato che è evidente che arrivare a vivere duecento anni in relativa buona salute e invece passare parte di questi in uno stato vegetativo e praticamente mantenuti a forza in vita da dei macchinari oppure dalla scienza medica, sia qualche cosa di radicalmente differente. Dovremmo, potremmo discutere di medicina allora, oppure addirittura di ‘eutanasia’, tematica su cui ciascuno ha da dire la sua e spesso basandosi su questioni proprie e esperienze di vita personale diretta, ma non intendo addentrarmi nel cuore di questa questione. Non in questo momento almeno.

Come sarebbe la società del futuro abitata da questi ‘matusalemme’? Difficile immaginarlo. Anche se è chiaro che la longevità dovrebbe portare a una società meno mutevole e dinamica e portata a mantenere un maggiore equilibrio per una maggiore durata di tempo. Qualche cosa che per un uomo dei nostri tempi, fa storcere il naso e potrebbe persino, perché no, apparire negativa, inaccettabile. Io stesso la penso così, ma che elementi ho per valutare qualche cosa che non conosco e che non mi appartiene, che non fa parte del mio patrimonio di valori. Si tratta di qualche cosa che non posso capire e che probabilmente non voglio capire. Resterà comunque, questo è evidente, un gap, qualche cosa che potrebbe dividere queste persone particolarmente longeva e che si immagina abiterebbero il cosiddetto mondo occidentale e quelli che abitano le zone più povere del mondo e dove la speranza di vita è ed è destinata a rimanere più bassa.

CHE COSA CI HA INSEGNATO LA FANTASCIENZA. Naturalmente, come accennato, questa tematica è stata già ampiamente trattata dalla fantascienza in passato e sono convinto che del resto continuerà e questo praticamente per sempre a costituire un elemento ricorrente e una fonte cui attingere sempre nei secoli dei secoli. Questo perché chiaramente la longevità costituisce, è evidente, un surrogato di quella immortalità e che da sempre costituisce il sogno proibito dell’essere umano. Una immortalità che però non costituisce solo la possibilità di vivere per sempre, ma soprattutto quella di farlo bene. Una immortalità che quindi significhi anche e soprattutto eterna giovinezza. Qualche cosa comunque cui tutti quanti cerchiamo in qualche modo di ambire. Pensateci, quanti di noi vivono veramente e solo per il tempo presente. Tutti in qualche modo vogliamo, ci muoviamo con il desiderio di lasciare su questo mondo una nostra impronta e se possibile indelebile nel corso dei secoli. Persino dei millenni. Qualche cosa che chiaramente solo pochi, pochissimi eletti e privilegiati, baciati dalla fortuna oppure perché dotati di qualità speciali, riescono ad ottenere.

Questo succede comunque perché abbiamo sempre avuto paura della morte. Una specie di timore reverenziale e allo stesso tempo ancestrale e che poi costituisce quella che potrebbe pure essere definita come paura dell’ignoto e questo secondo una visione individualistica (pure giustamente, se vogliamo) dell’esistenza e questo nonostante alcune religioni, che pure costituiscono alcune delle credenze e delle correnti e filosofie di pensiero più antiche riconosciute all’interno della storia dell’uomo, abbiano comunque voluto considerare questo – inteso come genere e comunque anche in ogni sua individualità – come parte di un ‘tutto’ e di un cosmo più grande, infinito e comprensibile e accettabile solo come tale.

In materia di fantascienza, comunque, mi piace ricordare gli esempi più tipici e che sono quelli proposti dalle storie di Asimov e parte di quello conosciuto come il ‘Ciclo dei robot’ e comunque parte del suo più grande e vasto immaginario, un ciclo che poi anticipa quello più celebre, quello definitivo delle ‘Fondazioni’ e che costituisce nella sua interezza il cuore del pensiero e dell’immaginario fantascientifico di quello che è sicuramente il più celebre autore del genere. Centrale, all’interno delle dinamiche della storia, è lo scontro ideologico tra quelli che vengono chiamati ‘Spaziali’ e gli abitanti del pianeta Terra in quella che costituisce la prima fase dell’esplorazione dello spazio. Gli Spaziali sono infatti una classe privilegiata e vivono in società stabili, fin troppo stabili, e incontaminate. Conducono lunghe esistenze ideali in società ideali e rette da regimi di tipo liberale e nel pieno benessere economico. Un sistema apparentemente perfetto ma alla fine carico di contraddizioni e destinato a crollare su se stesso e dove prevarranno comportamenti alla fine in qualche modo antisociali, nel senso che verrà meno ogni legame tra le persone, fino a quella che si può definire la fine di un’esperienza, quella del genere umano così come lo conosciamo, e l’inizio di una nuova e sotto certi aspetti spaventosa, difficile da accettare, fase evolutiva e la sostituzione di uomini e donne con creature ermafroditi.

L’altro esempio celebre, che vale la pena citare anche come consiglio per la lettura, è costituito da ‘I figli di Matusalemme’ di Robert A. Heinlein, uno dei suoi romanzi più celebri e dove i protagonisti (i cosiddetti figli di Matusalemme appunto) sono delle persone discendenti di soggetti di un progetto sperimentale di selezione genetica ai fini di ottenere l’allungamento della vita umana avvenuto alla fine del diciannovesimo secolo. Queste persone vivono sostanzialmente in uno stato di segretezza, nascondendo la loro reale natura per evitare il sorgere di invidie e di contrasti sociali, ostilità nei loro confronti. Lo sviluppo delle vicende è in qualche modo simile, ma differente negli esiti da quello delle storie di Asimov. Interessante e significativo tuttavia considerare come in entrambi i casi questi soggetti dotati di questa speciale longevità costituiscano sempre e comunque una categoria ‘privilegiata’ e cui si oppone un’umanità in difficoltà e che nella lotta per la sopravvivenza, vede questi come una specie di ostacolo. Voglio dire, dovremmo forse considerare la ‘longevità’ qualche cosa che divide tra loro gli esseri umani come in passato, all’interno del genere ‘Homo’, possono essere considerati diversamente i Sapiens e i Neanderthal? Che aggiungere, secondo me questo costituisce un interrogativo al quale l’umanità potrà rispondere solo tra cento oppure mille, migliaia, milioni di anni.

SELF/LESS. Ma veniamo al film. Self/less (oppure Selfless, fate vobis) è stato distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dallo scorso luglio 2015 e successivamente in quelle di tutto il resto del pianeta (in Italia dal successivo mese di settembre). Uscito praticamente in sordina, il film non ha riscosso grandi consensi e grande successo sia di pubblico che di critica. Personalmente, l’ho visto nei giorni scorsi e non l’ho trovato granché. Costituisce sicuramente un buon film di intrattenimento e con delle buone sequenze di azione, ma il cui motivo principale è sicuramente costituito dal tema iniziale, dall’idea da cui scaturisce la storia che viene raccontata e che viene sviluppata poi in maniera non eccelsa dal regista, Tarsem Singh, indiano di Jalandhar (Punjab), inizialmente divenuto celebre per la direzione di videoclip musicali di successo, tra cui – in particolare – quello di ‘Losing My Religion’ dei R.E.M. QUesto prima di passare al cinema dove ha diretto in sequenza i vari The Cell, The Fall, Immortals e Biancaneve.

Self/less è il primo film di Tarsem Singh che considero di un certo interesse e che se non altro, come detto, per la materia trattata dovrebbe in ogni caso richiamare l’attenzione degli appassionati, cui suggerisco di dare comunque un’occhiata a questo film, senza riporre troppe aspettative e senza nessuno scetticismo in particolare.

La storia, in breve, è quella di Damian Hale, importante personalità del mondo finanziario e economico negli Stati Uniti d’America che scopre di essere malato terminale di cancro. Giunto a conoscenza tuttavia di una tanto misteriosa quanto dubbiosa scoperta in campo medico, si sottopone a un intervento, lo ‘sheddling’, la cui funzione è praticamente quella di trasferire la sua coscienza e la sua intera personalità in un nuovo corpo, che gli dicono creato in laboratorio e che chiaramente è più giovane e in perfetta salute. Una tipologia di intervento, in pratica, che se ripetuta nel tempo, potrebbe permettere a una persona benestante, a una ristretta casta di privilegiati, di vivere per sempre e di ottenere quella immortalità che come detto costituisce un sogno proibito, più che proibito anzi, di ogni essere umano.

L’operazione, avvenuta in piena segretezza, chiaramente riserva delle controindicazioni non desiderate e che spingeranno Damian (che nel frattempo ha ottenuto una nuova identità) a indagare fino in fondo sul tipo di intervento cui si è sottoposto e alla fine pure a arrivare a una nuova presa di coscienza per quello che riguarda la sua vita dopo e quella passata e quindi a riscoprire un nuovo senso della vita differente da quello della propria sopravvivenza individuale e da ricercarsi nel conseguimento di una umanità migliore, di un senso della collettività più profondo.

QUALCHE NOTA SUL FILM. Anticipare lo sviluppo della trama a questo punto sarebbe di cattivo gusto e in qualche modo anche inutile ai fini di una presentazione e anche di una recensione del film. Sicuramente, va detto, non ci sono conclusioni inaspettate e/oppure inattese. Il film da questo punto di vista si configura come un tipico prodotto hollywoodiano destinato al grande pubblico e nel quale è previsto il cosiddetto e atteso lieto fine.

Si salvano alcune scene di azione, ma la trama nel complesso è purtroppo banale e non all’altezza delle aspettative date dalla premessa. Se poi ci aggiungiamo il fatto che Damian Hale da anziano sia interpretrato dal grande Ben Kingsley e che questo esca giocoforza subito dalle scene per lasciare spazio alla sua versione ‘rinnovata’ e interpretrata da Ryan Reynolds, i rimpianti non possono che aumentare. Si alternano per il resto sulle scene altri caratteristi di buon livello e non dispiace tutto sommato l’interpretrazione della bella Natalie Martinez, modella che ha ottenuto la celebrità come ‘immagine’ dei prodotti di bellezza di Jennifer Lopez e che invece qui è brava nella parte di una (giovane) donna provata da diverse difficili esperienze nel corso della sua esistenza.

Belle comunque alcune idee, che come detto, non riguardano tanto lo sviluppo della storia, quanto invece le sue premesse. Tipo che lo stesso scienziato benefattore e scopritore di questa tecnologia abbia in verità più di qualche segreto da nascondere e alcuni particolari grotteschi come quelli che possono spingere determinati individui a non accettare l’idea della morte – prima che della vecchiaia – e per questo disposti a qualsiasi cosa.

QUANDO LA FANTASCIENZA INCONTRA IL REALE. Come detto, trovo comunque che ci sia qualche cosa di grottesco in questa ossessione per la immortalità e per la giovinezza eterna. Non mi sento neppure spaventato. Mi spiego, non sono uno di quelli che hanno un orientamento di tipo oscurantista nei confronti della scienza e in questo caso particolare della scienza medica. Come si può del resto frenare la scienza? Questa cosa costituisce un’altra chimera, qualche cosa di impossibile. Non è successo neppure nei periodi considerati di maggiore oscurantismo nel corso della storia e se consideriamo gli incredibili progressi ottenuti negli ultimi mille anni, cadono pure tutte le tesi che vorrebbero la chiesa (non solo quella cattolica) come un ostacolo allo sviluppo delle diverse scienze e nei diversi campi possibili. Alcuni pensatori, alcuni scienziati, furono del resto dei religiosi o comunque dei credenti e questo succede ancora oggi.

Allo stesso tempo considero chiaramente alcune cose come delle ‘boutade’ oppure delle forzature e comunque per quello che mi riguarda devo dire di non essere interessato a vivere fino a duecento anni. Naturalmente è qualche cosa che non concepisco e questo senza tirare in ballo discussioni e riflessioni mie personali. Dico solo che questa cosa non fa parte della mia cultura, come del resto, diciamolo chiaramente, ritengo non faccia parte della cultura della maggior parte delle persone. Ma, attenzione, questo succede comunque anche perché noi consideriamo la nostra esistenza in mezzo agli altri e ancora di più in mezzo alle persone che ci sono vicine. Amici, parenti. Siamo legati all’abitudine, magari le nostre riflessioni sarebbero differenti se tutti, ma dico proprio tutti, vivessimo fino a duecento anni. La nostra percezione del tempo sarebbe chiaramente diversa.

Comunque qualche mese fa ho letto di questo scienziato russo, tale Anatoli Brouchkov della Moscow State University, che sosteneva di avere iniettato nelle sue vene il ‘Bacillus F’, un batterio sopravvissuto per tre milioni di anni nel ghiaccio della Siberia e che da allora – da due anni praticamente – come conseguenza non si sarebbe più ammalato. Che dire? Per quanto mi riguarda, tutta questa storia è una cazzata e mi viene in mente una figura oscura e allo stesso tempo tanto grottesca quanto probabilmente patetica come quella di Serge Voronoff, il chirurgo e sessuologo russo naturalizzato francese che divenne famoso negli anni del fascismo in Italia perché sosteneva di avere scoperto un metodo di ringiovanimento maschile consistente nell’innesto di testicoli di scimmia. Moderno chiromante e alchimista, tutto quello che resta dei suoi discutibili studi è invero il famoso ‘filetto alla Voronoff’, che non lo so se sia effettivamente una specie di elisir della giovinezza o se sia in grado di scatenare particolare ardore sessuale, ma può sicuramente costituire un buon passatempo per ogni soggetto desideroso di appagare i propri esigenti appetiti culinari.

@sotomayor

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