Tami Neilson – Don’t Be Afraid (Neilson Records, 25/09/2015)

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Che donna che è Tami Neilson! Una bellezza botticelliana intrappolata, da qualche parte, tra la sensibilità di Patsy Cline e la sensualità di Wanda Jackson, con un soffio di sofisticheria à la Peggy Lee. Se potessi, me la sposerei domani mattina.

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E che album! Il precedente Dynamite! già mi aveva distrutto, ma questo disco mi possiede, mi gonfia il cuore e poi me lo comprime facendomi pizzicare gli occhi e venir la pelle d’oca.

Tami ha cominciato la propria carriera musicale, nel natio Canada, all’età di dodici anni quando era solita andare in tour con la Neilson Family Band. Nel 2007 si è trasferita in Nuova Zelanda per amore (gelosia totale) ed ha steso tutti quei poveri Kiwi aggiudicandosi anche una sfilza di premi a certificazione del proprio talento. Se ci fosse bisogno di un premio per confermare l’arte.

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E’ un album che gronda di splendido blues, country da autostrada perduta, distruzione, speranza, empatia, soul, voce irresistibile e perdite strazianti. La vita di Tami è stata devastata lo scorso febbraio quando ha perso l’amatissimo padre Ron. Tanto afflitta che sembrava impossibile proseguire con la scrittura e registrazione di questo album. Ma poi, proprio la scrittura di Ron è stato l’elemento catalizzatore del lavoro, come se la realizzazione del lavoro fosse un modo di celebrare ed onorare l’amato padre.

Si è attorniata di amici musicisti locali. Delaney Davidson, Dave Khan, Ben Woolley, e Joe McCallum, insieme con l’ingegnere e co-produttore Ben Edwards ed ha terminato la title track, iniziata dal padre Ron in ospedale, con l’aiuto del fratello Jay.

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“Don’t be afraid” è pieno di dolore, rabbia, disillusione, ma anche energia feroce ed ondate emotive quasi a voler sfidare la depressione connessa alla perdita della persona amata. Un paesaggio sonoro di umanità nella sua forma più cruda, una sfida coraggiosa al buio della vita, che non avrebbe comunque senso se non fosse narrato dalla splendida voce di Tami. Una voce potente e sensuale, dinamica ed intensa, aggressiva e fragile. Dicotomie che rendono questa artista, al meglio del proprio stile lirico e vocale, veramente speciale.

Le canzoni sono tutte splendide nella loro varietà. Dallo stomp quasi crampsiano alle ballate del sud degli Stati Uniti fino agli slow strazianti. Un album che tutti noi vorremmo dedicare ai nostri cari defunti per recuperare e fare nostro il sentimento “soulful”.

Schoolboy Johnny Duhamel

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