Satan’s Satyrs – Don’t Deliver Us (Bad Omen, 30/10/2015)

12004936_912050628849023_7397173287680824455_nIl killer album dello scorso anno, intitolato “Die Screaming”, regalatoci da questo doomed-out / garage-rockin’ / dement-oid trio, ci aveva entusiasmato talmente che era spasmodica l’attesa per il nuovo lavoro. Le aspettative non sono andate deluse e questo disco è sensazionale. Non importa conosciate i precedenti album per rimanere intrappolati nella bellezza di questo. I ragazzi di Herndon, Virginia, si presentano come una gang fuorilegge di biker, persi nella desolazione del mid-west degli anni ‘70 che ritorna con un terremoto di psych-delizia, sporcato da furia fuzz, batteria indemoniata con predilezione di piatti suonati come fossero gong, ma con venature poppy e melodie che richiamano la naïveté di certi artisti del primo punk newyorchese.

satans-satyrs-promo-2015-650x400Chiaramente la matrice psych / metal è predominante, ma si ascolti l’iniziale “Full Moon And Empty Veins, talmente up tempo e up beat e con una intro a base di piano ignorante, percosso su un solo tasto, romantico ed indelebile omaggio “Raw Power”, che sembra si ascolti del glammy pop super saturato e slabbrato. Intuizioni e sviluppi che a livello concettuale ripartono da quelli che furono i primi fantastici esperimenti di Jesus & Mary Chain. L’album è un labirinto di distorsione sovrannaturale, quasi come se Ozzy, dopo aver ingurgitato strane droghe in grado di produrre eccentricità e danni cerebrali, si fosse cimentato con le demos dei Pentagram perdute negli anni ’70. A volte il risultato è simile ad un rumoroso hi-speed metal / bubblegum music con ampie escursioni freak out. Sembra quasi assistere alla rivitalizzazione del percorso artistico compiuto dai Ramones nei primissimi dischi.

12063777_927563290631090_4897689200719710789_nI Satan’s Satyrs rinnovano la tradizione ultra power rock di artisti quali Blue Cheer, Alice Cooper, Discharge, giovandosi delle immancabili ed ancestrali influenze Stooges, per correre a perdifiato alla ricerca dello spirito primordiale del rock’n’roll. Se l’album precedente era più per l’espansione mentale, questo va diretto al corpo, alla gola e alla pancia. La voce di Clayton Burgess è sempre demoniaca e beffarda, a volte salmodiante simile alle impavide escursioni di Andy Sex Gang ed è perfetta per dominare il marasma sonoro di un lavoro che si propone quale logica evoluzione di una band che mai perderà di vista la propria missione diretta a catturare lo zeitgeist degli anni a cavallo tra i ’60 e ’70.

Ascoltate come suona!

Schoolboy Johnny Duhamel

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