Richard A. Lupoff – A Crack in the Sky, 1976

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Richard A. Lupoff – A Crack in the Sky, 1976. Urania Mondadori n. 797 del 19-8-1979. Illustrazione di copertina di Karel Thole.

IL RUOLO DEI G8. Tra la fine del secolo 1900 e l’inizio del nuovo millennio, si è molto discusso di come i grandi meeting tra i potenti della Terra, i cosiddetti G8 oppure G7 (a seconda se si voglia contare oppure no anche la Russia), costituissero ogni volta un grande evento mediatico e che per questo diventava catalizzatore anche di quella che era la protesta e il dissenso del movimento no-global che a partire dal 1999 a Seattle si configuava come movimento internazionale di gruppi e associazioni non governative, anche singoli individui che per quanto potesse presentesse al suo interno una grande varietà di opinioni, si configurava unitariamente per quello che riguardava la critica al sistema economico dominante e i cui assetti erano chiaramente l’oggetto di questi meeting.

Al di là di questi che avevano a che fare con la gestione dell’ordine pubblico, talvolta non impeccabile e anzi al limite della garanzia dei diritti civili e con il succedersi di eventi talvolta drammatici, si valutava quella che era l’opportunità sul piano strategico di organizzare meeting di questo tipo, dato che del resto non è che questi fossero strettamente necessari, non secondo lo svolgimento di queste modalità almeno, perché i diversi rappresentanti si incontrassero tra loro. Avrebbero potuto farlo in un’altra maniera oppure semplicemente a distanza oppure tramite videoconferenze o dei loro delegati e rappresentanti.

Ma questi eventi venivano e vengono organizzati in questo modo in verità per il semplice fatto che devono esistere. In verità non contano molto le decisioni che vengono prese in quel momento esatto, quello che conta è proprio il momento. Sin da Yalta, i grandi leader della Terra hanno ritenuto opportuno incontrarsi e farlo pubblicamente, persino pubblicizzare questi momenti e questa cosa secondo me ha anche qualche cosa di democraticamente giusto. Pure sul piano partecipativo.

Certo, si potrà obiettare che i G8 in quanto tali prendono decisioni che coinvolgono per forza tutte le persone e di tutti i paesi, anche di quelli che non ne fanno parte, e questa è un’obiezione giusta e che peraltro giustifica il dissenso, ma incontrarsi,  mostrare un comune intento e di lavorare di comune accordo per affrontare le diverse problematiche in campo economico, sociale, climaticoe di equilibri internazionali, non è questo che chiediamo veramente ai nostri leader in fondo? Da una parte questi eventi costituiscono qualche cosa di più di mediatico, sono invero delle manifestazioni di tipo politico. Da una parte certo i cosiddetti ‘grandi’ mostrano tutti i loro  muscoli, ma dall’altro se si incontrano, è evidente che ritengono opportuno farlo, di non poter decidere tutto da soli oppure in contrasto con le altre parti. E questo è un segnale di rottura rispetto a quello che è successo nello scorso secolo. Almeno fino al 1990 e alla caduta del muro.

Cosa accadrebbe invero se questi si incontrassero segretamente? Certo, non possiamo escludere che incontri di questo tipo avvengano comunque, ma queste allo stato attuale costituiscono invero solo delle congetture. Possiamo sempre pensare che ci sia qualche cosa che non sappiamo e non sapremo mai e così andando all’infinito come se scoperchiassimo di volta in volta delle scatole cinesi, ma a un certo punto tutto questo diventa un esercizio e una vocazione all’inutile, quando dovremmo invece considerare la realtà, i fatti che ci vengono posti davanti agli occhi.

COP21. Non so molto delle questioni di cui si è discusso a Parigi, alla conferenza Onu sul clima e nel quale i partecipanti si sono incontrati per discutere su come frenare il riscaldamento globale e i suoi effetti disastrosi sul pianeta. Intanto quello che so è che il tema era già attuale, cronaca quotidiana prima di essere superato dalla cronaca dei fatti successi proprio a Parigi nell’ultimo mese. Tre personalità così diverse come il presidente degli USA Barack Obama, il presidente della repubblica popolare cinese Xi Jinping e Papa Francesco avevano più volte sostenuto l’importanza di questo tema e di prendere delle decisioni collettivamente volte a dare un miglioramento alle politiche delle diverse nazioni in questo senso. Storico da questo punto di vista è il feeling che hanno mostreto i primi due e che probabilmente non ha precedenti nelle relazioni tra USA e Cina e che anche in questo senso non può che essere considerato positivamente.

A quanto pare, quattro sono le principali questioni al centro del dibattito. Il primo riguarda i tagli all’utilizzo dei combustibili fossili da parte di tutti gli stati interessati e che poi sarebbe il nodo principale della questione, quello dove bisogna necessariamente passare dalle parole a fatti e con la previsione di giuste metodologie di monitoraggio. Il secondo riguarda i finanziamenti necessari a mettere in piedi questo sistema di controlli. Il terzo la revisione necessaria di volta in volta e periodicamente per quello che riguarda gli impegni di riduzione secondo quella che è la soglia di salvaguardia per la sicurezza climatica. Infine le cosiddette azioni di lungo periodo con il target finale di stabilire come e quando raggiungere la cosiddetta area della ‘carbon neutrality’ e quindi la zero immissione di carbonio nell’atmosfera.

La conferenza si è tenuta come detto in un momento particolare e in maniera quasi significativa in quella che per il mondo occidentale è la città-simbolo e al centro delle vicende internazionali. Questa cosa probabilmente è accaduta per caso, ma, anche alla luce di quanto dicevamo prima sul dissenso e gli equilibri internazionali, è interessante il ruolo che secondo me riveste e avrà anche nei prossimi anni la cosiddetta ‘green economy’. Lasciamo perdere le discussioni sul biologico oppure quelle più stravaganti relative la dieta vegana, quello che si sta riscontrando è invero il sorgere di un dissenso oppure meglio di una consapevolezza di tipo diverso a quello che si era verificato in passato e ovviamente di alternativo a atti che di protesta non hanno nulla, ma costituiscono degli atti di terrorismo vero e proprio. Esaurito in qualche modo il bacino del dissenso di tipo politico e sociale come lo conoscevamo una volta, perché sono venute meno le strutture dei partiti, perché forse evidentemente alcune ideologie per le nuove generazioni sono (a torto o ragione) obsolete e lontane nel tempo, il tema della ‘green economy’ diviene in questo senso quello su cui si scontrano allora le nuove frange del dissenso con quelle che sono le posiioni più reazionarie e conservatrici.

Il dibattito in questo caso è comunque ideologico e ovviamente i vecchi fedeli all’ideologia socialista sicuramente potrebbero obiettare sui contenuti sociali oppure no di questo tipo di scontro. Che non vede necessariamente contrapposti appartenenti a due categorie sociali differenti. Non c’è una classe proletaria in lotta contro i padroni. Tra i primi come tra i secondi possiamo trovare appartenenti a tutte le classi sociali possibili. Ci sono questioni di interesse economico comunque in ballo, è sempre una questione di soldi direbbero i più cinici, ma l’interesse qui si sposta su come raggiungere il migliore equilibrio economico possibile (certo, anche il maggiore benessere individuale oltre che della società) proprio per quello che riguarda le modalità operative. Se questa cosa abbia una qualche continuità con quella che era l’avversione del comunismo al sistema capitalistico dello scorso secolo oppure no, sinceramente non lo so. Ci sono dei tratti in comune comunque, altre cose credo che potremo capirle meglio solo nel tempo. Quello che è certo è che questa è una realtà di cui tenere conto e in questo senso ci troviamo allora sicuramente davanti a qualche cosa di rivoluzionario.

TRENTA MILIONI BRUCERANNO VIVI. Questo romanzo di Richard A. Lupoff è ambientato in un mondo che è stato oramai devastato dall’inquinamento e che secondo un leit-motiv tipico della letteratura di fantascienza, vede la restante popolazione del pianeta vivere sotto delle gigantesche megalopoli poste al di sotto di gigantesche cupole che funzionando con dei sistemi in bilico tra una ingegneria che definirei analogica, il romanzo è stato scritto in pieni anni settanta, e immaginifici sistemi di pompaggio e ridistribuzione di ossigeno degni delle più sofisticate serre dei giardini pensili di Babilonia. Le vicende sono ambientate nella megalopoli di Norcal (North California), ma data la varietà da tutti i punti di vista dei personaggi proposti, potrebbero essere benissimo ambientate in qualsiasi altra delle città sotto cupole di plexiglass esistenti sulla superficie del globo.

Ovviamente la società che abita queste città è in qualche modo simile e in qualche modo differente da quella che conosciamo, pure se alla fine a prevalere saranno sempre le stesse tematiche e antichi e ancestrali motivi di scontro e cause di contrasto, mai sopiti, avranno sempre un ruolo centrale e per questo dominante su quella che definirei come la ragione comune.

Lo scontro principale apparentemente è quello tra quella che oramai è divenuta la ‘morale comune’ e che vede le persone vivere in una società apparentemente più libertaria rispetto a quelal di oggi. I matrimoni multipli costituiscono una consuetudine, così come la promiscuità e il consumo di droghe è una abitudine che viene incoraggiata dalle istituzioni dominanti come dai cosiddetti ‘malvagi’, che costituiscono la forza di polizia che si occupa tra mille difficoltà di mantenere un certo ordine pubblico. Dall’altro lato ci sono quelli che auspicano a un ritorno dei vecchi valori e che soprendentemente oppure no costituiscono la base del dissenso e sono per lo più dei giovani in lotta contro le strutture delle diverse megalopoli. Tra questi, così come tra gli scontenti, si diffonde sempre con maggiore forte il culto degli appartenenti all’ordine di San Gerolamo, una istituzione religiosa apparentemente configurata come una specie di ordine quasi militare, tipo i gesuiti, ma ai cui vertici si nascondono dei personaggi senza scrupolo e pure accecati da una certa follia di tipo apocalittico.

Discutevo con un amico l’altro giorno. NOn entro nel merito della questione, che riguardava il diverso approccio da adottare relativamnete la contingente questione internazionale e in particolare su quale sia il ruolo dell’Unione Europea oggi nel nuovo equilibrio internazionale, ma quello che mi ha colpito del suo punto di vista è stata una certa tensione positiva verso il ‘catastrofismo’. Come se in pratica bisognasse toccare il fondo, ridurre tutto in una montagna di macerie e solo così dopo poter ricominciare a costruire qualche cosa di positivo.

IN CHE MONDO VIVIAMO. Una visione delle cose che comunque non è affatto inedita e neppure tanto nuova dato che fa pensare a temi che non a caso furono cari a uno dei movimenti tipici d’inizio secolo. Mi riferisco al 1900 ovviamente e al futurismo in particolare, che proliferò in un’epoca dove le due guerre mondiali furono in qualche modo volute anche da una spinta idealista nella direzione che fosse necessario per forza fare ‘tabula rasa’ per poter costruire una specie di mondo ideale o comunque per realizzare le proprie idee politiche. La storia in questo senso ha sicuramente emesso le sue sentenze. Sebbene determinate ideologie e metodologie di ragionamento siano ancora sussistenti, gli orrori delle guerre mondiali e dell’olocausto sono qualche cosa che abbiamo ancora tutti davanti agli occhi e questo con il passare delle generazioni.

Eppure c’è una convinzione nel più profondo della natura umana che sia sempre e per forza quasi doveroso toccare il fondo, buttare tutto all’aria prima di ricominciare. Un atteggiamento negativo che in fondo abbiamo tutti quanti e che ci viene naturale da adottare nei momenti di maggiore negatività. Un atteggiamento teso all’inedia e alla incapacità in quel determinato momento di razionalizzare e decidere con il buon senso (dato pure dalla verifica e l’analisi di quelle che sono state le proprie esperienze passate) quale soluzione adottare.

Da questo punto di vista le dinamiche all’interno della trama raccontata nel romanzo vengono affrontate dall’analisi e gli atteggiamenti diversi assunti dagli appartenenti al nucleo familiare di quelli che poi sono i protagonisti della storia. Tra questi il chicano Oliver Gonzalez, tenente dei malvagi e conservatore, deciso a mantenere a tutti i costi il fragile equilibrio raggiunto all’interno delle cupole, l’orientale Min-yi, la bionda ebrea Janet, che si divide nella doppia occupazione di attrice nella rappresentazione sullo schermo delle varie opere classiche della fantascienza e della letteratura di avventura e in particolare quelle del grande, gigantesco Edgar Rice Burroughs, e quella di tecnica presso un istituto scientifico che ha lo scopo di crittografare dei misteriosi messaggi trasmessi a una vecchia sonda, la Pioneer, lanciata nello spazio prima che la crisi divenisse irrimediabile. Infine c’è Jomo, che è nero e che a differenza di tutti gli altri, sente sulla propria pelle il forte contrasto sociale le forti contraddizioni del sistema in cui vivono e che giungerà infine a una irrimediabile rottura del matrimonio e dei legami con gli altri, andando alla ricerca di quelle che sono le proprie origini e di una nuova dimensione in cui sentirsi veramente se stesso.

Ognuno di loro assumerà un atteggiamento e delle scelte differenti, ma che comunque si riveleranno inadeguate a affrontare quella che appare una catastrofe finale inevitabile e laddove invece forse una maggiore unitarietà di intenti avrebbe chiaramente potuto portare al prevalere di una possibile soluzione alle diverse problematiche. In piccolo, ecco, questo nucleo mostra tutte quelle che sono le contraddizioni e le incapacità di procedere anche in scelte che potrebbero ‘risolvere’ di un sistema sociale oramai spaccato e in inarrestabile decadimento.

IL FASCINO IMMORTALE DELLE STORIE DI EDGAR RICE BURROUGHS. Sullo sfondo, è chiaramente voluto l’omaggio dell’autore a quello che è sicuramente uno dei padri della letteratura di fantascienza oltre che essere riconosciuto come uno degli autori più influenti per quello che riguarda la letteratura e l’immaginario avventuroso in generale. Quelli più colti e cultori di una certa cultura classica che non ammette repliche, potrebbero trovare questo accostamento irriverente, persino offensivo, ma le storie di Edgar Rice Burroughs in verità costituiscono oramai quelli che si possono definire dei veri e propri classici. I suoi due personaggi più popolari e famosi, quelli che lo hanno reso celebre e che continuano a essere omaggiati nel corso degli anni dalla cultura a volte alta a volte più bassa e popolare (attenzione che è in uscita un nuovo film su Tarzan con la regia di David Yates e con la presenza nel cast, tra gli altri, di, wow!, Samuel L. Jackson) e dal mondo della letteratura, del teatro oppure più diffusamente dal cinema e dalla televisione.

Tarzan e John Carter da Marte sono come gli eroi omerici, probabilmente più vicini a quelli che sono i persnaggi de l’Iliade che quelli de l’Odissea, perché sono due personaggi la cui caratteristica principale è quella che gli inglesi definirebbero ‘braveria’. Sono eroi dai valori tradizionali e senza né macchia né paura, che ci appaiono così ingenui e incredibilmente lontani da qualsiasi figura che possa avere più risvolti da analizzare e/o criticare sul piano emotivo, morale, etico e culturale. Sono eroi classici nel vero senso della parola, nel senso che sono dei modelli. Tarzan non lo puoi collocare all’infuori della giungla e John Carter non potrà mai fare a meno che battersi su Marte e tutti e due non potranno fare a meno di salvare fanciulle in pericolo e battersi contro nemici prepotenti e alla fine avere per forza la meglio.

Va bene. Parliamo di storie facili, di ambientazioni e di contenuti persino fanciulleschi. Eppure in qualche  modo questo tipo di contenuti, queste storie così semplici sono qualche cosa di cui la nostra società avrà sempre e comunque bisogno e pure e forse a maggior ragione in un mondo e in una società così estrema come quella descritta dal romanzo di Richard A. Lupoff. Che poi in fondo, nonostante degli schemi apparentemente ribaltati, non è così lontana da quella nostra contemporanea. Il fatto è che questi personaggi, Tarzan oppure John Carter, forse sono meno stupidi di quello che potrebbero apparire. Forse dietro tutta questa faciloneria, ecco, e tutto questo buon cuore, potrebbero esserci dei contenuti nascosti. Oppure non ci sono altri contenuti che quelli che vediamo, ma che comunque potrebbero trascendere dall’intrattenimento. Voglio dire, in fondo si dice che è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che invece un ricco che vada in paradiso. Sembra una cazzata, qualche cosa che sappiamo tutti quanti, eppure le cose  non sono così semplici come potrebbero apparire e magari, ecco, qualche cosa di questo tipo, per quanto il concetto base possa essere banale, andrebbe argomentata e considerata più spesso prima di prendere e assumere delle decisioni e degli atteggiamenti di qualsiasi tipo all’interno della società in cui viviamo.

@sotomayor

Quotes.

1. Le particelle battevano all’esterno, producendo ognuna un suono talmente tenue che nessun orecchio umano avrebbe potuto percepirlo. Ma le particelle, tutte di piccole dimensioni, di struttura cristallina, di colori che oscillavano fra le varie sfumature di oliva, marrone, grigio e nero, ammontavano a infiniti trilioni.

Battendo, sibilavano all’unisono.

I milioni di sfaccettature della cupola trasparente vibravano in continuazione. Le particelle, cui la vibrazione impediva di depositarsi sulle sfaccettature della cupola, venivano scrollate via e, strisciando lungo il segmento quasi verticale della struttura e più vicino al livello del suolo, finivano per accumularsi nei giganteschi fossati di terra battuta che circondavano la cupola.

Congegni automatici aprivano periodicamente grandi chiuse che davano sull’oceano. L’acqua morta si insinuava pigramente nei fossati. Le pompe spingevano l’acqua, rigettando nell’oceano coperto di olio le scorie della combustione e i veleni organici.

Di giorno il sole era visibile attraverso le sfaccettature di plexigass della cupola, una bolla bruno arancione dai contorni indistingi che gettava la sua luce diffusa attraverso gli spessi strati di polvere e di impurità. Anche dentro lal cupola, si formavano periodicamente nuvole al di qua della trama delle traverse di sostegno, producendo un’occasionale pioggerella che contribuiva scarsamente a ripulire il sudiciume che si accumulava sulle vecchie strutture.

I tramonti erano lunghi e lenti, perché i raggi del sole calante venivano sminuzzati e sparsi dal pulviscolo atmosferico, e quando l’oscurità era totale, la notte diventava una spessa coltre punteggiata soltanto dalle luci delle squadre di manutenzione che tenevano in ordine le traverse e la cupola stessa.

L’unica vita conosciuta nel raggio di duemila chilometri si trascinava lungo le giornate tediose, e gemeva lungo le notti tristi dentro i confini della cupola di Norcal. Le pareti sfaccettate della cupola andavano dall’antica Bodega Bay, a nord sulla costa rocciosa, fino a Santa Rosa e a Winters a est, fino a Stockton e Manteca a sudest, e si allungava a ovest per comprendere le alture dell’Orestimba Peak e di Mount Oso, attraversando le località di Los Gatos e di La Honda, per tornare al mare, a Pescadero Beach.

Pescadero. La Spiaggia del Pescatore, veniva chiamata ai tempi dei pescatori e del pesce.

Sotto la cupola vivevano trenta milioni di persone.

Era lunedì cinque giugno dell’anno 2000 d.c.

2. Gonzalez chiuse la cartella. – Sei ancora in quel doppio, Marco?

– Seee. Io e la mia donna. Ci piace.

– Certo che vi piace: è bello finché va. Ma non vi rendete conto che i matrimoni a due sono instabili, pericolosi? Quanti doppi ci sono nell’Angela Davis Hall?

– Un mucchio. Krishna Lafferty pensa che siano una buona idea, un ritorno ai valori tradizionali. Ed è legale.

Gonzalez annuì debolmente.

– Così a me e a Cuda piace. Siamo come una famiglia dei vecchi tempi.

– Non sto discutendo dei tuoi diritti legali, Marco – disse Gonzalez. – Ma sappiamo che c’è più violenza fra i membri dei matrimoni a due chefra tutti gli altri membri della società. Per cui sto suggerendo che tu e Cuda troviate qualche singolo che cerchi una vecchia coppia e che formiate una triade. Oppure trovate un’altra coppia e formate una bicoppia.

– Proprio come voi, vero?

Gonzalez lo guardò, sorpreso. – Sì, come me. Sono in una bicoppia. Due uomini, due donne. Siamo insieme già da sei anni.

– E immagino che tutto sia bello e meraviglioso.

– Abbiamo i nostri problemi. Ma cerchiamo di far andare il gruppo a testa alta. Una delle mie mogli è esperta in coordinazione di gruppi, e ci fa rigare dritto.

– E viaggia anche parecchio, scommetto.

– Forse quelli del San Gerolamo migliorerebbero un po’ se facessero qualche ‘viaggio’. Voi siete così arretrati da lasciare sbalorditi. Matrimoni a due, niente droghe…

– Fumiamo l’erba.

– Andiamo! Dovresti vedere qualche film storico, Marco. Quei valori tradizionali di cui continuate a parlare, sono scomparsi semplicemente perché non funzionavano. La legge si abbatteva sempre sugli psichedelici, che erano invece i cittadini più pacifici. Avevamo un’agitazione dopo l’altra a causa dell’eroina, ma i poveri tossicomani erano ladri solo perché la legge avea tirato su il prezzo e loro non potevano permettersi di bucarsi.

– NOn puoi essere efficiente se sei partito.

– Non sto dicendo di bucarti, sapientone. Almeno di queste cose ci siamo sbarazzati, una volta per tutte. Sto dicendo che il tuo ordine dà una certa piega alle cose. Come quel grosso casino sui contraccettivi nelle riserve d’acqua.

3. Francesca Chang disse: – Molto bene, signor Watson. Volete stapparlo?

Watson depose con attenzione il vassoio, alzò la bottiglia e strappò una sottile striscia metallica che copriva l’estremità superiore. Apparve un tappo di plastica bianca. Tenendo il collo della bottiglia con entrambe le mani, azionò avanti e indietro con i pollici il tappo finché non saltò via con uno schiocco sonoro.

Malcolm Vernor, con la giacca dello smoking e la elegante camicia che si riflettevano nella superficie levigata del tavolo, si fece avanti e prese un bicchiere dal vassoio. Gli altri fecero lo stesso, e Marco e Cuda li imitarono, un po’ esitanti.

Watson versò una piccola quantità di liquido nel bicchiere di Vernor. Vernor l’assaggiò, fece schioccare le labbra, approvò con un cenno della testa, e Watson gli porse la bottiglia. Vernor si versò mezzo bicchiere, quindi passò la bottiglia alla donna al suo fianco, il cui abito bianco e i capelli fiammeggianti contrastavano con lo smoking di Vernor.

La donna si servì e passò la bottiglia allo scamiciato Hans Bock.

Quando la bottiglia raggiunse Marco, era quasi vuota. Prima di versarsene un po’, studiò l’etichetta. ‘Spumante Cribari Burgundy Napa California 1979’ lesse. La passò avanti.

– Sei un conoscitore, signor, Hyland? – chiese Genya Lennon. La donna versò quello che restava nel proprio bicchiere, e l’alzò.

– Scusate, un… che cosa?

– Un intenditore di vini. – La donna annusò il bicchiere, ne centellinò lo scuro contenuto, poi rimise il bicchiere sul tavolo, davanti a sé.

Marco diede una rapida occhiata oltre Laszlo Watson verso Cuda, senza trarne alcuna ispirazione, Cuda era girata verso l’uomo seduto dopo di lei, Hans Bock, e tornò a guardare Genya Lennon. – Io, ecco… cioè, non ho… – Alzò il bicchiere, annusò come aveeva fatto Genya, e fece scorrere un po’ di liquido sulla lingua. Rimase sorpreso dal forte sapore acidulo. – Uh… è questo, dunque, il sapore del vino – disse boccheggiando.

4. Salirono ancora attraverso la nebbia, sempre più densa, paurosa. Quando finalmente ne uscirono, si trovarono in uno strano mondo in miniatura, racchiuso fra i vapori biancastri e la sommità della cupola. Al di là dei pannelli traslucidi c’erano il cielo marrone e l’enorme sole color arancio, che splendeva direttamente sopra le loro teste.

– Bello – Commentò Diston, come se fosse stato invitato a parlare a nomedella classe.

– Che effetto ti fa? – chiese Vernor.

Diston si appoggiò al corrimano, e guardò con occhi estatici lo spesso strato di nuvole più in basso.

Marco era coperto di sudore freddo.

– Come se… come se… – Diston era immobile controla ringhiera, il corpo massiccio piegato quasi in due.

– Come cosa? – chiese Vernor freddamente.

Marco studiò i compagni: alcuni erano appoggiati al corrimano in uno stato simile all’estasi, altri vi si tenevano stretti, rigidi, tentando di tenersi lontano dall’orlo.

Diston uscì in una risata strana. – Sembra come se potessi gettarmi giù senza che potesse succedermi niente. Come se qualcosa, qualcuno, dovesse afferrarmi comunque, e tirarmi su. – Si interruppe, lo sguardo affascinato dallo spettacolo.

Mentre Marco si irrigidiva, Diston posò un ginocchio sul corrimano, poi l’altro ginocchio. Restò un attimo in bilico, poi si tirò su, si mise diritto, in un equilibrio precario, rimanendo immobile, alcuni istanti. Un sorriso beato gli attraversò la faccia, e di colpo lui si lanciò a braccia spiegate, nel vuoto mentre un grido di gioia gli usciva dalle labbra.

Precipitò roteando dalla passarella, giù verso lo strato di vapori fioccosi, e scomparve nella nebbia.

Vernor fece una breve risata. – Succede ogni volta – disse. – Meglio subito che dopo. Abbiamo bisogno di realisti. – Si interruppe, poi riprese più vivacemente: – Soltanto uno, questa volta? Non fa ‘veramente’ alcun male. Nessun altro vuole provare?

5. – È una collina – disse – La Collina degli Sciocchi.

Silenzio nella navicella. Il pilota stava nella cabina a tenuta stagna, i tre passeggeri nel loro piccolo scompartimento, mentre le gigantesche eliche trasportavano il velivolo attraverso l’aria verso la megalopoli di Capitol.

Watani aspettava che Janet continuasse, ma visto che lei prolungava il silenzio, mise gentilmente la punta delle dita sul braccio della donna, e la guardò attraverso i vecchi occhiali con lenti ovali e montatura di metallo.

– Non ti seguo – disse infine, a voce bassa.

Lei fece un leggero sospiro. – È solo una stupida vecchia storia che mi raccontava mio padre. Una parabola, credo. Lui amava le parabole, le favole e i proverbi. Credeva veramente che tutta la saggezza del mondo fosse racchiusa nelle storie e nei detti popolari, e che, raccogliendoli tutti, si sarebbe ottenuta una specie di nuova Regola Aurea che avrebbe portato alla perfetta felicità.

– E la vecchia Regola Aurea, allora?

La donna sorrise, gli occhi fissi su un punto lontano e inesistente sia all’interno della cabina sia all’esterno dell’aereo. – Quella gli piacev amolto, ma diceva sempre che la gente non la seguiva, e questo dimostrava che era incompleta. Se fosse stata completa, diceva, la gente si sarebbe accorta che era giusta e l’avrebbe seguita.

Watani approvò con una specie di suono gorgogliante. – E la Collina degli Sciocchi? Era un’altra delle teorie di tuo padre?

Janet fece segno di sì con la testa. – Era solito dire che ognuno ha una sua Collina degli Sciocchi, e che nessuno riesce a vedere bene se non sale sulla Collina degli Sciocchi.

Watani aspettò un minuto, poi chiese: – E una volta sulla Collina degli Sciocchi, che cosa si vede?

Janet si girò a guardarlo con un sorriso pallido. – Si vede quanto si è sciocchi – rispose.

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