Pete Astor – Spilt Milk (Fortuna Pop, 08/01/2016)

pete-astor-spilt-milkPete Astor è un talento naturale, un diamante fulgido che risplende di tutti i colori del mondo. Un artista in grado di esprimere i propri sentimenti ricorrendo a molteplici espressioni musicali e garantendo sempre risultati eccelsi. Ha rilasciato album di elettronica pura, indietronica, progetti sperimentali a lambire il concettualismo, ma sempre con minimo comune denominatore la propria cifra espressiva. Dopo l’album dello scorso anno, In compagnia di Ellis Island Sound, zeppo di godibilissima elettronica kraut speziata con insistenti aspersioni dub, torna ora a deliziarci con quella che è probabilmente la sua incarnazione più irresistibile, quella di modello chansonnier alle prese con un album delizioso, che si sviluppa in dieci stupendi quadri, alcuni dipinti in acquerello, altri più spessi, quasi con colori a olio e allo stesso modo brillanti mischiati ad arioso splendore.

peter giovaneBasterebbe il primo singolo dei Loft  per porre indelebilmente il talento di Mr. Astor nel catalogo dei migliori interpreti di quel rock macchiato di soul, con chitarre minimali e stupende, che a partire dalla metà degli anni ’80, partendo dalla natia Scozia, hanno attualizzato il suono del versante smaccatamente pop e spensierato dei Velvet Underground. “Why Does the Rain” è una canzone della vita. La canzone che ti permette l’accesso a qualsiasi circolo culturale e ti spara diritto in Paradiso senza troppi fronzoli.

“Split Milk” trasuda classe jangle pop, le chitarre non sono più quelle degli esordi, quelle nevroticamente ricche di accordi quasi grattugiati tanto insistenti e tanto minima la superficie di tastiera esplorata. E’ stato registrato presso lo studio casalingo di James Hoare degli Ultimate Painting / Veronica Falls, che, in qualche modo, deve lui stesso molto al suono dei Loft e dei Weather Prophets. Altri ospiti sono Pam Berry (Black Tambourine, Withered Hand), cori, Jack Hayter (Hefner), pedal steel, Alison Cotton (The Left Outsides) alla viola, insieme a Robin Christian (Male Bonding) e a Susan Milanovic (Feathers).

“Really Something” apre l’album alla grande con uno jingle jangle statuario che a volte ricorda gli Optic Nerve ed evolve in vortici alti, fraseggi e coretti disinvolti che ti entrano in testa fin dal primo ascolto.

index“Perfect Life” è adorabile nel suo incedere che echeggia, vagamente, la strada percorsa dai primissimi Simon & Garfunkel, ma allora anche i Fantastic Something, ed invece brilla di luce propria, di melanconia passeggera, quasi a livello omeopatico, come se ascoltandone tutti i tre minuti e cinquantaquattro secondi si potessero scacciare i brutti pensieri per il resto della giornata.

Sono questi i due poli entro i quali si dipana questo lavoro, sovrastato dalla magnifica voce di Pete, che per il momento iscrivo, senza dubbio, tra i migliori fin qui usciti nel corso del 2016.

Schoolboy Johnny Duhamel

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