People of the North – Era of Manifestations (Thrill Jockey Records, 2015)

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People of the North – Era of Manifestations (Thrill Jockey Records, 2015)

Tutte le volte, mi domando come dovremmo effettivamente rapportarci a un disco come questo. L’etichetta in questo caso, la Thrill Jockey Records, è garanzia di assoluta qualità, ma sono molteplici del resto i motivi di interesse tali da considerare ‘Era of Manifestations’ un disco degno di attenzioni da parte degli appassionati.

La premessa è che i dischi della Thrill Jockey sono oltre che di qualità assoluta, differenzialmente contraddistinti da un diverso approccio nei confronti del rumore. Questo, il ‘rumore’, il tema tanto caro al vecchio Lester Bangs, non viene tuttavia mai trattato secondo una sola prospettiva. In questo caso difatti si prescinde da ogni definizione di genere e intelligentemente si cerca di affrontare il tema da diversi punti di vista e conseguentemente con risultati apparentemente molto diversi tra di loro.

People of the North è praticamente un progetto satellite alla rock band avanguardista di Brooklyn, New York: gli Oneida. Alle basi ci sono il sempre iper-attivo batterista Kid Millions e il tastierista Bobby Matador all’organo elettrico. Completano la formazione, dando un contributo importante – se non fondamentale – alla realizzazione del disco, un altro componente degli Oneida, cioè il chitarrista ‘Showtime’ aka Shahin Motia (già frontman degli Ex Models) e il bassista dei Sightings, Richard Hoffman.

Le registrazioni sono avvenute agli Seizures Palace di Brooklyn, dove i quattro hanno dato luogo a una session di improvvisazioni dalla durata di cinque ore. Una selezione di sei estratti di questa session è finita successivamente sul disco, pubblicato dall’etichetta di Chicago, Illinois nel maggio del 2015.

Come da titolo, la finalità del disco starebbe nel trasmettere un qualche tipo di messaggio politico e sociale. In questo caso persino storico. Il riferimento va al movimento religioso noto come ‘shakerismo’ e sorto alla fine dell’ottocento presso la tribù indiana degli Squaxin. Il movimento prevede la convergenza e la coesione di elementi dottrinali differenti con la composione di un inedito sistema ideologico e religioso unitario: in questo caso, alla base vi è la considerazione di quella che era stata la mortificazione della cultura indigena degli indiani d’America a fronte del prevalere di quella dei bianchi europei, nella speranza di un futuro rinnovamento e resurrezione culturale della prima. Fu fondato dal profeta indigeno nordamericano John Slocum, che a seguito di una visione di Gesù Cristo, organizzò una nuova chiesa indipendente che si diffuse in vaste zone degli Usa e pure presso la popolazione bianca e il cui culto è tuttora vigente in alcuni stati, ad es. Washington, Oregon, California, British Columbia. Chi erano gli ‘shakers’? I cosiddetti ‘tremolanti’ sono gli adepti al culto dello ‘shakerismo’ che nel corso e durante la pratica dei riti vengono indotti mediante una tecnica estatica allo scuotimento della testa e delle braccia.

L’effetto che ne consegue, parlo della pratica del rito, dovrebbe sostanzialmente essere lo stesso che ne deriva dall’ascolto di questo disco. Afferrato il concept, del resto, ecco qua spiegato tutto questo fragore cosmico che sin dalle prime battute di ‘Grain Diagrams’, il brano di apertura dell’album, impregna il sound di questo ‘combo’. Su tutto, svettano il suono della batteria del tentacolare Kid Millions, centrale e praticamente fondante nella title-track del disco, e l’organo di Bobby Matador così distorto e acido (‘The Whirling Gift’, ‘A Loaky Boat of One’s Own). Spicca in definitiva una volontà avanguardista e dal retrogusto ‘garage’ tale da far apparire il suond della no-wave newyorkese dolce come quello di un carillon per bambini.

Sempre sapiente, invece, l’apporto di Shahin Motia e Hoffman, con la chitarra del primo che costituisce una specie di seconda pelle del suono delle tastiere, un substrato di vibrazioni elettriche, e il basso che si costringe intelligentemente a tenere insieme il tutto, evitando slegature che priverebbero la pratica del culto di una certa unitarietà che non manca nonostante il disco sia praticamente l’estratto di una session di improvvisazioni.

Tutto molto bello, come direbbe Bruno Pizzul. Resta la domanda iniziale. Cioè, come dovremmo rapportarci con un disco di questo tipo? Che considerazioni dovremmo trarre? È evidente che siamo infatti davanti a qualche cosa che non è di facile ascolto e il cui ascolto prolungato potrebbe peraltro causare irritazione, angoscia, paura. Tremore. Come nella migliore tradizione del culto della chiesa di John Slocum. Un disco che più che essere dedicato all’ascolto ritengo vada considerato come un ‘manifesto’. Del resto in situazioni come queste chi si diverte sono soprattutto i musicisti. Perché no. Non si vive di solo perfezionismo maniacale in sala di registrazione. Anzi di quello generalmente e secondo una determinata visione della musica e conseguentemente della vita, si muore.

@sotomayor

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