Luke Haines – British Nuclear Bunkers (Cherry Red Records, October 16, 2015)

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Luke Haines – British Nuclear Bunkers (Cherry Red Records, October 16, 2015)

LA GUERRA DEI MONDI. Fu il trenta ottobre del 1938 che alla fine gli alieni da Marte sbarcarono sul nostro pianeta. Questo è successo alle ore 20.50 circa, nel New Jersey, quando un oggetto fiammeggiante di grandi dimensioni, inizialmente ritenuto un meteorite, è precipitato in una fattoria nei pressi di Grovers Mill. Ma quello che appariva essere un meteorite alla fine si rivelerà una delle terribili armate delle forze di invasione di Marte. La battaglia che segue, dopo l’intervento dell’esercito americano, si conclude in pochissimo tempo: una disfatta totale, ‘una delle più strabilianti disfatte subite da un esercito nei tempi moderni.’

Ecco, è in questo modo che comincia ‘La guerra dei mondi’ raccontata da Orson Welles e trasmessa via radio dalla CBS (Columbia Broadcasting System).

La storia è oramai celebre. Sebbene fosse stato annunciata la messa in onda di questo sceneggiato radiofonico, scritto da Howard Koch come adattamento del celebre romanzo di H. G. Wells, moltissime persone in tutti gli Stati Uniti d’America, ascoltandolo, andarono nel panico e credettero veramente che il loro paese fosse sotto l’attacco di terribili forze distruttrici provenienti da un altro pianeta.

Chiamiamola ingenuità oppure chiamiamolo potere dei mass-media. Lo stesso Orson Welles del resto affronterà l’argomento nei suoi film e il tema sarà storicamente dibattuto nel cinema americano (e non solo), basti pensare a quel film incredibile che è ‘Quinto potere’ (titolo originale: ‘Network’) di Sidney Lumet che cito non a caso per il semplice fatto che, oltre a essere stato inserito nella lista dei 100 film più importanti della storia del cinema americano, l’ho rivisto proprio questo pomeriggio.

All’epoca tuttavia non vi era nessuna figura illuminante come quella di Howard Beale (Peter Finch), predicatore illuminato oppure completamente pazzo e che invita nonostante tutto a suo modo le persone a assumere consapevolezza delle proprie azioni. Li spinge quasi a ricercare una specie di interazione attiva con quello che succede dietro lo schermo. Ma ‘Network’ uscia nei cinema nel 1976, praticamente quarant’anni dopo lo sceneggiato radiofonico di Welles, che fu un evento senza precedenti e senza nessuna possibilità di replica. A meno che, beninteso, non dovesse davvero verificarsi un evento di proporzioni così drammatiche come lo sbarco di invasori provenienti da un altro pianeta. Oppure un imminente disastro nucleare.

ALTRI TEMPI. Parliamo come detto di un’epoca oramai remota e quando la radio era diventata praticamente un metodo di trasmissione di massa all’avanguardia e determinante in quella che era la cultura di quegli anni così difficili e sotto determinati aspetti oscuri di questa benedetta età moderna. Nell’ottobre del 1938, Adolf Hitler si preparava per quella che sarebbe stata una serie di conquiste che nel giro di pochi mesi avrebbero portato all’annessione della Cecoslovacchia e successivamente della Polonia e quindi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. La tensione in Europa era praticamente alle stelle e questo clima difficile si respirava in qualche modo anche in America.

Del resto a partire dagli anni trenta si comincia a diffondere una certa fantascienza che poi avrà vasto seguito nel corso degli anni della Guerra Fredda e che sostituirà la catastrofe di un’invasione aliena con il terrore di quello che verrà definito ‘olocausto nucleare’. La continua tensione tra gli Stati Uniti d’America e l’URSS comporterà il contrapporsi di due potenze enormi, che si scontreranno sul campo solo ‘indirettamente’ e in un’epoca caratterizzata dalla corsa agli armamenti e che come nessuna altra fase storica vide il proliferare di scoperte scientifiche e tecnologiche.

Sono gli anni in cui l’uomo arriverà fino allo sbarco sulla Luna, traguardo fino ad oggi insuperato e chi lo sa per quanto tempo ancora, e quelli nei quali una sempre maggiore diffusione delle informazioni e della conoscenza a tutti i livelli, vedranno formarsi una classe di cittadini in tutto il mondo più consapevole delle proprie capacità e forse anche  maggiormente responsabile rispetto alle generazioni immediatamente precedenti e questo nonostante gli orrori e le guerre che pure si verificheranno dalla fine della guerra e fino ad oggi.

IL DISCO. L’orrore di un possibile olocausto nucleare, tuttavia, è qualche cosa che è rimasto e che è destinato a rimanere probabilmente per sempre (o comunque ancora a lungo) in quello che è l’immaginario delle persone. Letteratura, cinema, programmi di intrattenimento e documentari hanno trattato diversamente questo argomento e ipotizzato, fantasticato su possibili scenari apocalittici di ogni tipo. Affrontando la questione sia sul piano di quelle che sono le premesse e gli equilibri internazionali, sia dal punto di vista dei dilemmi etici e le cosiddette conseguenze morali di una scelta di questo tipo: quella dell’uso della bomba atomica.

Il nuovo disco di Luke Haines si apre con un comunicato radio della BBC, che annuncia alla popolazione di Londra di mettersi al riparo a causa di un imminente attacco nucleare (‘This Is the BBC’). Al di là di questa scelta introduttiva, il richiamo di questo disco a una fantascienza dalla dimensione radiofonica e quindi in qualche modo anche ‘vintage’ ci sta tutto.

Che cosa era la fantascienza degli inizi, quella degli sceneggiati alla radio, ma anche quella dei primi film che seguirono gli anni della guerra, se non qualche cosa fatto innanzitutto di suoni? Sonorità minimali, vibrato, arpeggi di synth e sirene che squillano a tutto rumore all’improvviso annunciando il pericolo. Tutti trucchetti noti cui intelligentemente e mantenendo questo rimando a una fantascienza degli anni passati, ricorre uno dei musicisti più interessanti in circolazione.

LUKE HAINES. Difficile stare dietro a una scheggia impazzita come Luke Haines. Salito alla ribalta come front-man degli Auteurs, il cui ultimo disco in studio risale oramai al lontano 1999, negli anni si è disimpegnato in una quantità incredibili di progetti e dimostrando tutte le volte di essere artista e musicista eclettico, aperto a diverse influenze di tipo culturale e sperimentando nel tempo diverse frontiere musicali e sviluppando in particolare una predisposizione verso una elettronica di tipo minimal e che richiama a quella di band come Kraftwer oppure meglio gli Yellow Magic Orchestra di Ryuichi Sakamoto, una formazione che del resto, come da tradizione tipica giapponese di quegli anni e basti per questo pensare al proliferare dei vari ‘robottoni’ manga in quel periodo, aveva comunque un occhio di riguardo per la fantascienza.

C’è comunque una onnipresente attitudine rock’n’roll di fondo e che secondo me si riscontra anche in occasione di questo disco. Luke del resto aveva dedicato un disco a questo concept,il rock’n’roll intendo, proprio lo scorso anno. ‘New York in the ’70s’, una delle uscite più interessanti del 2014, era praticamente il terzo disco di seguito in cui Luke Haines citava continui riferimenti al mondo del rock’n’roll e questo qui in modo particolare rivolgeva la sua attenzione alla città rock’n’roll per eccellenza: cioè New York. La parte più acida di New York, quella di Lou Reed e del grande Jim Carroll. Quella dei Suicide di Martin Rev e Alan Vega, che in fondo qualche responsabilità per quello che riguarda il sound di questo disco, ce l’hanno anche loro.

Le canzoni non sono praticamente mai cantate, al limite Luke si limita a ripetere delle frasi, quelli che sono una specie di ‘spot’, adoperando una voce tipicamente metallica e che rimanda al mondo degli androidi. Una specie di processo di spersonalizzazione oppure di alienazione che se aiuta a entrare in questa dimensione fantascientifica, dall’altro comporta una specie di stato di isolamento negli ascoltatori, che alla fine sono per forza coinvolti in questi brevi trip allucinati e pieni di luci e suoni.

UNA FANTASCIENZA FATTA DI LUCI E SUONI. Mi viene in mente il videoclip famoso di una band che in realtà non ho mai potuto sopportare, ma poco importa in questo senso, cioè i Subsonica. Oppure era tipo una collaborazione tra i Bluvertigo e i Subsonica. In questo videoclip, non ricordo il titolo della canzone, questi invitavano gli ascoltatori a smettere di sentire la musica e cercare invece di vederla in quelle che erano delle rappresentazioni visive fatte di un lampeggiare e alternarsi di luci.

In qualche modo, oppure meglio: diversamente, è quello che ci invita a fare Luke Haines con l’ascolto di questo disco. Impossibilitato a trasmettere immagini, data che del resto parliamo di un disco, Luke Haines tratta la materia fantascientifica esclusivamente attraverso il suono. Non racconta storie nelle sue canzoni tuttavia. Come abbiamo detto, non ci sono dei testi veri e propri all’interno di questo disco, dove quella che potremo definire la narrazione è allora destinata esclusivamente al suono. Una metodologia narrativa sperimentale che tuttavia funziona. Le musiche di questo disco, intitolato non a caso ‘British Nuclear Bunkers’, ci guidano in quello che è il buio di una Londra sotterranea e dove la popolazione sopravvissuta è costretta a andare avanti in condizioni di sopravvivenza estreme.

L’incontro con quelle che sono le rappresentazioni più orrorifiche della natura umana allora è inevitabile, mentre sopra si succedono i bombardamenti e anime deforme affollano il cuore della City. Sotto, al di sotto del livello di quella che una volta era stata la città più importante del mondo, ci guida nell’oscurità questa musica che è fatta esclusivamente da flash di luce alimentati dal suono e dai mantra di un predicatore cieco e allucinato, che porta gli occhiali da sole ed è completamente fatto di droghe sintetiche. Praticamente un moderno rullare di tamburi, mentre l’uomo, costretto all’isolamento e un’esistenza di tipo tribale, ritorna alla sua forma primordiale di scimmia.

@sotomayor

Quotes.

1. ‘This is an emergency broadcast from the BBC. Information of a possible nucleare strike against this country has been received.’

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