Jesus Sons – Bring It on Home (Mock Records, 08/09/2015)

Jesus Sons

Ci voleva proprio una bella boccata di aria fresca in un panorama musicale asfittico, troppo concentrato alla rincorsa della next big thing usa e getta. Jesus Sons sono innamorati di Velvet Underground ed intrappolati persi nella leggenda di The Band. Il quintetto sprizza stile, credibilità ed i riferimenti sono palesi fin dal titolo di questo secondo lavoro. Bob Dylan, The Band e Velvet Underground sono addenti il risultato logico dei quali sarebbero i Dream Syndicate, ma il suono dei Jesus Sons, pur evocandolo in certe jams infuocate di acidità, si differenzia abbastanza da quello del combo originario di Davis.

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La loro è una storia che potrebbe benissimo essere stata narrata nei primissimi anni ’70, magari dal Rolling Stone di “Almost Famous”, oppure trovare spazio nelle pagine concitate di Creem Magazine.

Nel 2012, il cantante e compositore Brandon Wurtz ha incontrato, a Mission, San Francisco, il chitarrista Dean Shannon col quale condivideva l’amore per Velvet Underground e Rolling Stones.

I due si sono riuniti nell’officina di moto nella quale lavorava Brandon ed hanno iniziato a provare e scrivere quello che sarebbe divenuto il loro, omonimo, album di debutto. In seguito, con l’aiuto del produttore / bassista Rob Good e del batterista Ian McBrayer, si sono recati ad Oakland, CA, nello studio di Matteo Milton (Warm Soda, Fuzz City Records) per registrare il primo album. Hanno seguito una rigida dieta a base di whisky, birra a buon mercato e sigarette per registrare, in presa diretta e utilizzando strumenti e attrezzature antecedenti 1970, un disco di moderno garage rock influenzato dai Rolling Stones di “Exile On Main Street”.

L’album è uscito nel 2013 per Mock Records e subito dopo Wurtz e Dean si sono trasferiti a South Los Angeles, CA, dove hanno messo insieme la formazione definitiva della band, con il batterista Chance Welton, il bassista Erik Lago ed il polistrumentista Bert Hoover, ed hanno intrapreso un interminabile tour che ha toccato tutti gli stati dell’Unione, nel rispetto del mito della frontiera.

12115980_909748962443974_5399293740490248448_nInfine si sono fermati e, con l’aiuto di Rob Good richiamato alla produzione, sono entrati in uno studio improvvisato a casa di Bert Hoover, a El Secundo, CA, che comprendeva una (ormai classica) “vocal booth” approntata nel bagno e una “live room” sistemata nel garage. In linea con i metodi analogici di loro debutto, Bring It On Home E ‘stato per lo più registrato dal vivo e direttamente su nastro utilizzando sovra incisioni trascurabili e rifuggendo le apparecchiature digitali. Il risultato è un suono che si affranca dal precedente garage, mostrando marcate influenze roots per confluire in un solido rock da strada a percorre anche quella che fu l’epopea mitologica dei Green On Red, risvegliando sentimenti da troppo tempo sopiti.

L’iniziale “Let’s Ride” è una dichiarazione d’intenti, un vellutato treno che parte lentamente sbuffando indelebili groovey stomps con, nella caldaia, influenze sudiste e chitarre che si rincorrono libere di dialogare in crescendi ostinati.

“Talkin’ Homesick” è uno scheletrico country blues con armonica che evoca fantasmi consistenti di Rolling Stones.

“Won’t Walk No Line” è un robusto garage rock profumato di jam infuocata al di sotto del confine del Mississippi, suonato con la disinvoltura mostrata, fino ad ora, solo dai grandi di Detroit.

E’ un disco di bellezza indelebile ed entusiasmante, pieno di sole e sabbia bollente, con chitarre infuocate e jams interminabili.

11692488_856160977802773_5540633886735107882_nI Jesus Sons sono venuti per salvarci tutti. Vendete loro le vostre anime e non ve ne pentirete.

Schoolboy Johnny Duhamel

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