Orson Scott Card – The Folk of the Fringe, 1989

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Orson Scott Card – The Folk of the Fringe, 1989. Urania Mondadori n. 1.192 del 15-11-1992. Illustrazione di copertina di Oscar Chichoni.

PREMESSA. Non si può parlare di questo romanzo senza parlare del mormonismo. Voglio dire, potete benissimo leggerlo anche senza sapere un accidente di questa confessione religiosa, io l’ho fatto, e comunque godere appieno delle capacità narrative di Orson Scott Card. Ma prima o dopo della lettura è inevitabile un certo interesse nei confronti della religione dei seguaci del libro di Mormon, principale testo di riferimento pubblicato dal profeta Joseph Smith nel marzo del 1830.

Un interesse che naturalmente non è per forza strettamente religioso. Se leggete il libro, è evidente, non è che dopo vi volete convertire e potete simpatizzare oppure no per il mormonismo come per ogni pratica religiosa oppure no. Questo è irrilevante. Per essere completamente disinteressati, dovreste assumere uno di quegli atteggiamenti tipicamente ostili a ogni forma di culto oppure di religione, che poi sarebbe nella pratica coincidente con tutti i seguaci di ogni forma di estremismo. Tema che tra le altre cose in questi giorni di autunno del 2015 è per forza di cose ricorrente e specialmente nella vecchia Europa.

Io stesso non so molto del mormonismo come di altre pratiche religiose. In pratica il culto comunque si è diffuso a partire dalla pubblicazione del testo di Joseph Smith, che dichiarò di averlo tradotto in inglese da delle tavole d’oro scritte in una antica lingua sconosciuta. Il tema principale comunque, quello che ci interessa, è quello che secondo il libro di Mormon, Gesù avrebbe visitato i nativi americani dopo la sua resurrezione. Oltre che il rifiuto del dogma trinitario. Sarebbero queste in effetti le due principali differenze con la religione cattolica. Non mi dilungherei ulteriormente nella analisi delle cose perché questa è irrilevante (oppure meno rilevante) relativamente le tematiche trattate.

Secondo la visione religiosa derivante dal libro di Mormon, vi sarebbe una profonda spaccatura tra quelli che sarebbero gli ‘europei’ e gli americani. Gli indiani d’America. In pratica, voglio dire, secondo quello che è il libro di Mormon, l’arrivo degli europei in America sarebbe coinciso con la fine di quella che era stata una specie di epoca aurea delle popolazioni indigene locali. Di più, sarebbe stato il culmine, una vera e propria punizione che seguiva quello che era stato il decadimento di una cultura originaria che potremmo definire in qualche modo ‘pura’ e che viveva in armonia con la natura.

Da quel momento in poi, ovvero dalla scoperta dell’America ad opera di Cristoforo Colombo, gli europei avrebbero man mano scacciato le popolazioni indigene locali, riducendole praticamente a una vera e propria minoranza etnica. Questo è un dato di fatto, se consideriamo la storia del continente americano dal 1492 ad oggi. Ma non è tutto qui. Secondo questa visione, infatti, gli stessi cittadini degli Stati Uniti d’America, come delle altre nazioni del continente, non sarebbero dei veri e propri’americani’, ma comunque degli ‘europei’. Sono e restano degli europei e questo nonostante il passare dei secoli e la formazione nel tempo di una cultura nuova e a suo modo differente sia da quella europea che da quella delle civiltà precolombiane.

L’AUTORE. Non condivido questa lettura dei fatti. Ma non è questo il punto. Il pensiero per quanto mi riguarda va a determinati schemi di pensiero che in altri tempi hanno fatto sorgere e proliferare fenomeni che bene conosciamo e che hanno scritto tra le pagine più nere della nostra storia. Del resto, se vogliamo, la stessa storia della colonizzazione delle Americhe da parte delle popolazioni europee è stata macchiata col sangue e perché voleva per forza una divisione totale tra gli ‘uomini bianchi’ e le popolazioni indigene che abitavano il continente prima dell’arrivo di Colombo.

Non riesco tuttavia nei limiti delle mie conoscenze a individuare la ratio esatta della formulazione di questo tipo di pensiero e di cosa questo effettivamente significhi per i religiosi appartenenti a questo credo. Un credo religioso tra l’altro che si è sempre contraddistinto per essere particolarmente rigido nelle proprie strutture. Notoriamente i mormoni non sono di larghe vedute e non sono dei progressisti e dato che ci siamo, non lo è neppure Orson Scott Card, che anzi proprio per delle sue prese di posizione in materia di diritti civili (in particolare per quello che riguarda la cosiddetta guerra al terrore e i diritti degli omosessuali) è stato aspramente criticato dagli appassionati al genere fantascientifico.

Ci troviamo evidentemente al cospetto di una figura particolare per quello che riguarda gli autori del genere. Di fede mormone, Orson Scott Card è stato anche missionario in Brasile per la chiesa e discende in linea diretta da Brigham Young, uno dei fondatori e leader della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, la componente principale e maggioritaria del mormonismo. L’autore è inoltre insegnante di letteratura presso la Southern Virginia University ed è assorto agli onori della cronoaa presso gli appassionati del genere sci-fi per avere vinto per due anni consecutivi sia il Premio Nebula che il Premio Hugo, un primato tuttora imbattuto. A consegnarlo alla gloria furono i primi due romanzi del ‘ciclo di Ender’, dai quali è stato tratto anche un film (secondo me mediocre) diretto da Gavin Hood e con la partecipazione del grande Harrison Ford. I romanzi del ciclo sono stati sicuramente il massimo successo ottenuto da questo autore e sono ambientati in un futuro lontano in cui i protagonisti delle avventure narrate sono dei bambini dotati di speciali abilità e addestrati allo scopo di prevenire una imminente invasione aliena.

L’OPERA. I temi trattati da ‘Il popolo dell’orlo’ sono invece radicalmente differenti. Orson Scott Card è autore intelligente e eterogeneo e in questo caso invece che trattare tematiche fantascientifiche spaziali e temi che potremmo definire di ‘fantasia’, guarda invece al mondo in cui viviamo e pure ambientando la storia in un imprecisato futuro prossimo e in cui il mondo, e in particolare gli Stati Uniti d’America, è stato devastato dalla solita guerra nucleare, ci porta più a soffermarci sui singoli personaggi e su quella che è la loro crescita spirituale nel corso delle vicende che al contesto complessivo. Dove le ambientazioni quasi primitive, parliamo di un’America ridotta a uno stato primordiale e che effettivamente potrebbe rimandare a una sorta di età precolombiana ideale, gli permettono, una volta sgomberato il campo, di passare ai cosiddetti raggi ics l’essere umano, che privo di tutta una serie di condizionamenti di tipo sociale, è costretto a fare i conti con se stesso prima che con gli altri e in questo senso a ricercare dentro di sé una propria spiritualità nuova.

Il tema religioso di conseguenza diviene centrale. L’ambientazione in questo stato ideale chiamato Deseret, ‘in quello che una volta era il cuore dell’America’, rimanda a quelli che furono i viaggi avventurosi dei primi coloninel nuovo continente. Assistiamo a un vero e proprio ritorno del mito della frontiera e le persone che viaggiano attraverso il continente alla ricerca di un nuovo posto dove ricominciare sono tutte in fuga da qualche cosa o in ogni caso sicuramente da se stessi. Così che molti sfuggono alle relazioni umane e si isolano in una propria realtà individuale tormentata e che li porta a vivere una esistenza raminga e border-line.

Non ci sono eroi nel romanzo di Orson Scott Card, ma solo dei peccatori in cerca di redenzione, e non ci sono neppure degli uomini religiosi. Nonostante il romanzo sia stato scritto da un mormone, che dato il suo curriculum possiamo considerare un vero credente alla propria confessione religiosa, egli non si preoccupa di adoperare all’interno del testo un linguaggio e espressioni che potrebbero fare inorridire i più rigidi tra gli appartenenti alla sua chiesa, né esula da critiche a quello che potrebbe essere all’interno di una società, del prevalere della chiesa sullo stato oppure in ogni caso di una commistione e gestione del potere da parte delle istituzioni ecclesiastiche.

Apparentemente, anzi, egli sembrerebbe anche addentrarsi in una certa critica dei sistemi del mormonismo. Una critica talvolta velata di ironia e comunicata attraverso le parole dei personaggi delle sue storie, altre volte dalla esposizione di quelli che sono dei dati di fatto. Il mormonismo da una parte appare come una salvezza vera e propria: pone le basi per la nascita di una nuova società organizzata. Dall’altra è tutto il contrario. Questa società è carina di contraddizioni e alla fine sorge, esplode quella più forte e che poi è principale e fa da sfondo a tutte le storie trattate: cioè lo scontro tra le popolazioni ‘indiane’ e gli europei colonizzatori. Che nella pratica a prescindere dai singoli e da quelle che sono le vicende della storia, possiamo considerare come i veri e propri cattivi delle vicende narrate. Dove è difficile a questo punto per quanto mi riguarda capire quanto questa visione coincida effettivamente con il credo autentico dei mormoni.

TRE PERSONAGGI IN CERCA DI REDENZIONE. A parte questo, abbiamo il romanzo, cioè la storia che è stata raccontata da Orson Scott Card all’interno dell’opera. Il titolo originale dell’opera è ‘The Folk of the Fringe’ e la storia si divide praticamente in tre parti. Per la verità, anzi, possiamo benissimo considerare tutte e tre le storie come tre racconti differenti. Tre immagini differenti di un’America che ancora deve venire, ma che allo stesso tempo esiste già ed è già stata nel tempo passato.

Bene sottolineare che alla fine, come già detto, tutti e tre i protagonisti della storia sono dei peccatori e che tutti e tre a loro modo nelle loro vicende, nelle storie raccontate dall’autore, vanno più o meno consapevolmente a caccia di una redenzione e del pentimento dai peccati e le colpe che hanno commesso loro e i loro genitori nei secoli dei secoli. Tutti e tre i personaggi saranno tentati e dovranno compiere delle scelte che cambieranno radicalmente le loro esistenze e nel loro piccolo anche quelle degli altri. Tanto che in un certo senso poi le tre storie sarebbero anche legate. C’è una specie di reazione a catena, infatti, per la quale il gesto del singolo comporta a sua volta delle conseguenze e delle reazioni negli altri e in tutto l’ambiente circostante. Una visione fatalista della vita che probabilmente pure dobbiamo in qualche modo legare alla visione religiosa dell’autore e che comunque prevede che alla fine quello che deve succedere, succede, quando, proprio all’ultima pagina, il cerchio si chiude e il destino è definitivamente compiuto.

I tre personaggi della storia sono solo apparentemente differenti uno dall’altro. Il primo si chiama Jamie Teague e viaggia e vive sulle strade di questa America del futuro, in cui ‘la società è collassata sotto il peso della guerra’ e ‘la civiltà sopravvive grazie a quelle persone i cui legami tribali, o fideistici, o di lingua sono rimasti forti’. Conduce un’esistenza solitaria e in equilibrio precario, praticamente è un vagabondo, finché non si imbatte in una carovana di appartenenti al credo del libro di Mormon diretta alla volta dello Utah dove intendono stabilire una nuova società. Apparentemente diffidente nei confronti della comunità e con alle spalle un passato tanto orribile da preferire di raccontare invece il falso, cioè che avrebbe ucciso i suoi genitori, Teague è in realtà da subito affascinato dall’idea di avere una nuova opportunità, la possibilità di ricominciare e nel tempo familiarizza coni mormoni fino a diventare a tutti gli effetti uno di loro.

Il protagonista della seconda storia è Deaver Teague e ha lo stesso cognome del protagonista della prima storia perché quando era un ragazzino, era stato proprio lui a trovarlo e salvargli la vita dopo che era stato abbandonato. Deaver è un selvaggio che vive di espedienti e sogna di entrare a far parte dell’illustre corpo degli ‘esploratori’, ma la sua esistenza sarà sconvolta e muterà radicalmente dopo aver incontrato una compagnia di attori erranti che viaggia attraverso il continente mettendo in scena rappresentazioni su quello che erano gli Stati Uniti d’America prima della fine. L’incontro con questa compagnia di attori, che è praticamente composta da un unico nucleo familiare, diverrà per il ragazzo l’occasione di assumersi delle responsabilità verso gli altri e verso se stesso, quando sarà costretto a compiere delle scelte e a soppesare anch’egli se preferire una esistenza solitaria oppure in una pure ristretta società.

Sam Monson infine è un ragazzo che dopo quarant’anni diventa uomo.

QUETALCOATL. A questo punto la narrazione, nelle pagine che compongono la terza storia, si alza ulteriormente di livello e diventa in qualche modo allucinata e ai limiti della psichedelia. Devo dire una cosa su questo libro e che prima non ho sottolineato adeguatamente. Cioè che lo avevo preso e messo via già due volte e solo alla terza volta ho cominciato a leggerlo in maniera spedita e sono arrivato fino alla fine della narrazione. Non solo. Più volte invero mi sono interrogato su dove volesse andare effetivamente a parare l’autore. Inizialmente, lo ammetto, pensavo di trovarmi semplicemente davanti al solito romanzo di ambientazione post-apocalittica. Un tipo di scenario che peraltro non mi dispiace, ma se ‘Il popolo dell’orlo’ fosse stato solo questo, allora sarebbe stato sicuramente un romanzo meno avvincente di altre storie del genere.

La terza storia non è ambientata negli Stati Uniti d’America. Questa volta siamo a Agualinda in Amazzonia in America del Sud e il protagonista della storia, come abbiamo detto, è Sam Monson, che è solo un ragazzo che ha un rapporto difficile con il padre cui non riesce a perdonare di essersi macchiato di adulterio. Quetzalcoatl invece è una divinità azteca e quella più importante nella antica Mesoamerica, una ideale terra di mezzo e geograficamente quella regione del continente americano compresa tra la metà meridionale del Messico, Guatemala, El Salvador, Belize, Honduras, Nicaragua, Costa Rica. Quetzalcoatl è il dio del serpente piumato venerato come dio del vento e dell’alba, delle arti e dei mestieri e della conoscenza.

In una dimensione irreale e ambientata in una terra celebrata anche dagli autori massimi della beat generation come terra misteriosa e dove magia e tradizioni si fondono fino a divenire una cosa sola, si compie il destino e si compie una nuova fase che evidentemente supera oppure azzera tutte le credenze che derivano dal libro di Mormon. Oppure le riafferma ridando nuovo vigore e evidenza dei fatti alle cose e compiendo in un rito esoterico un nuovo incontro tra europei e indiani d’America, sovvertendo quelli che sono stati gli equilibri che portarono alla soppressione della cultura delle civiltà precolombiane.

Non è facile sbilanciarsi in questo modo e mi rendo conto che il mio giudizio potrà apparire esagerato oppure poco equilibrato, eppure alla fine per quanto mi riguarda la sensazione è stata quella di non aver mai letto nulla di così intelligente da ‘Le città della notte rossa’ di William S. Burroughs.

@sotomayor

Quotes.

1. Greensboro e Winston non sapevano di essere condannate, non ancora. Continuavano a pensare di essere delle realtà fortunate, prive della maggior parte di quelle piaghe che a poca distanza afflliggevano tutte le grandi città: erano rimaste intoccate, anche se i terreni erano sterili. Ma Jamie Teague era andato verso nord nei suoi viaggi e aveva ascoltato storie che venivano anche da più lontano, e ciò che aveva imparato era questo: dopo che il sangue era stato sparso, i sopravvissuti avevano avuto terre e attrezzi a sufficienza per sfamarsi. Ci sarebbe stata una vita, se loro avessero potuto scacciare i vagabondi e i delinquenti, se l’inverno non li avesse uccisi, se non si fossero presi una di quelle malattie che li avrebbe condannati a subire qualche mutazione, e se fossero stati abbastanza lontani da uno dei posti dove le bombe avevano colpito. Questo era tutto. Avrebbero potuto vivere.

2. – Quando arrivai al settimo anno di scuola. Feci una ricerca sulla Germania nazista e sui campi di concentramento. Lessi delle torture che vi venivano praticate. E mi dissi, ‘sono io, sono un nazista’. E lessi che, come tuti i nazisti, tutti dico, anch’io eseguivo degli ordini. Ecco che cos’ero, uno che eseguiva degli orini. E poi lessi che opo la guerra li processarono, tutti quei nazisti, e li condannarono a morte per quello che avevano fatto, e allora seppi che cosa avevo fatto. Seppi che meritavo di morire, e così mio padre e mia madre, e seppi che il mio fratellino e la mia sorellina meritavano di essere liberati, avevano diritto al giorno della liberazione. Così un pomeriggio, quando lessi l’odio negli occhi del mio fratellino e lui mi assalì, non lo spinsi indietro. Indietreggiai e lasciai che mi corresse incontro. Corse fuori dal ripostiglio e si guardò attorno, come se non avesse mai visto prima il pianerottolo, e penso che non lo avesse mai fatto, in realtà, che non potesse ricordarlo. E poi, lui si sedette in cima alla scala e saltellò giù come faceva da piccolo, e compresi che aveva dimenticato come si scende una scala. Ma di colpo mi resi conto che stava andando in cucina e che la mamma l’avrebbe visto e sarebbe impazzita. Ebbi paura e pensai, ‘devo prenderlo e rimetterlo dentro, altrimenti la mamma mi uccide’. Così cominciai a scendere le scale, ma lui non andò in cucina, corse fuori dalla porta principale, completamente nudo, non avrei mai potuto immaginare che l’avrebbe fatto, ma che cosa poteva importargli di essere nudo, se non aveva mai indossato abiti in sette anni? Cominciò a correre per la strada, gridando e gridando come un extraterrestre, e io gli corsi dietro. Avrei voluto chiamarlo, dirgli di fermarsi, ma non ci riuscii.

– Perché no? – domandò Mick.

– Non ricordavo il suo nome. – Fratello Teague cominciò a piangere. – Non sono mai riuscito a ricordare quale fosse il suo nome.

3. Lei lo bloccò, girando la testa e fissandolo ancora, con uno sguardo più tagliente che mai. – Sei uno dei tre Nefiti?

– Come?

– Sei apparso all’improvviso sulla strada. Proprio quando avevamo più bisogno che mai di un angelo.

– I tre Nefiti?

– Quelli che hanno scelto di rimanera in Terra finché Cristo non torna. Loro vanno in giro a fare opere buone, poi spariscono. Non so perché l’ho pensato, so che sembri soltanto un ragazzo normale.

– Non sono un angelo.

– Eppure il modo in cui i ragazzi si rivolgono a te… Ollie, Katie, Toolie. Ho creduto che fossi venuto a…

– A far che?

– A dar loro ciò che più desiderano. Bene, e perché non tu comunque? Non c’è bisogno di essere angeli per fare miracoli, talvolta.

– Non sono nemmeno un mormone.

– Ti dirò la verità. – continuò la vecchia signora. – Non lo era nemmeno Mosè.

4. Era arrivato il momento del razzo. Anche se quello che avevano sembrava un missile, e non aveva niente a che vedere con la navetta spaziale Apollo, faceva comunque un certo effetto vedere Marshall mettersi l’elmetto in testa e introdursi nel missile. Non c’era niente di veritiero: soltanto un uomo invece di tre, e che si alzava in volo da solo. Qualsiasi scuola del Deseret spiegava le cose meglio di così. Ma tutti capirono. Sarebbe stato impossibile allestire un razzo Saturno di dimensioni reali con impresse sopra le sigle NASA e USA, e l’uomo che vi prendeva posto era verosimilmente Neil Armstrong. Una grande nuvola di fumò imitò il lancio. Lo sportello si aprì di nuovo e Marshall uscì. La musica era dolce, un alto, malinconico violino. Collocò la rigida bandiera americana sul piedistella e la pose sul terreno davanti a sé..- E un piccolo passo per l’uomo – disse – Ma è un grande balzo per l’umanità.

La musica sovrastò tutto. Gli occhi di Deaver erano colmi di lacrime. Quello era stato il momento culminante dell’America, la suprema conquista, il punto massimo, e a quel tempo nessuno lo aveva capito. Come poteva immaginare il crollo, quella gente del 1969, come poteva percepire che tutto attorno stava andando in pezzi? Eppure solo trent’anni più tardi era successo. La NASA, gli stessi USA, tutto era finito, crollato a pezzi. Solo gli indiani del sud erano rimasti una nazione, e si definivano americani, sottolineando che la gente dell’America del nord era europea, intrusa… e chi poteva negarlo? L’America era finita. Era cresciuta per duecento anni, mangiando e divorando il mondo, e si era perfino spinta sulla Luna, e ora le era rimasto il nome per miracolo. Non aveva lasciato altro che rovine e rottami.

Ma noi ora eravamo là. C’era la piccola bandiera sulla Luna, e c’erano le impronte che nessun vento avrebbe mai cancellato.

5. – Non hai mai avuto altra scelta. – gli fece osservare lei. – La mia gente ha sempre conosciuto il dio della terra. Una volta, qui, l’equilibrio era perfetto. Tutti amavano la terra e se ne prendevano cura. Come nel paradiso terrestre. E la terra dava loro di che nutrirsi. Produceva mais e banane. Non dovevamo far altro che prendere ciò che desideravamo mangiare, e non uccidevamo gli animali per divertimento o gli esseri umani per odio. Ma poi gli Inca si allontanarono dalla terra e idolatrarono l’oro e il dorato bagliore del sole. Gli Aztechi inzupparono il terreno con il sangue dei sacrifici umani. I Pueblo abbatterono le foreste dello Utah e dell’Arizona e trasformarono quei territori in deserti di pietra rossa. Gli Iroqui torturarono i loro nemici e riempirono le foreste con le loro grida d’angoscia. Noi scoprimmo il tabacco e la coca, i cactus ricchi di mescalina e ci ricordammo dei sogni che la terra ci regalava durante il sonno. E così la terra ci respinse. La terra chiamò Colombo e gli raccontò menzogne che lo sedussero. E lui non ebbe più possibilità di scelta, non è così? Nessuno ne ebbe più. La terra chiamò gli europei per punirci. Malattie, schiavitù e guerre uccisero la maggior parte di noi e chi sopravvisse si sforzò di farsi passare per europeo piuttosto che tollerare oltre quella punizione. La terra si è comportata con noi come un amante geloso, e ci odia da molto tempo.

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