Holy Sons – Fall of Man (Thrill Jockey Records, August 21, 2015)

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Holy Sons – Fall of Man (Thrill Jockey Records, August 21, 2015)

Pochi sono prolifici quanto Emil Amos. Noto per essere membro di Grails, Om, Lilac & Champagne, Amos è musicista eclettico e talentuoso che con questo nuovo disco marcato Holy Sons rinnova la partnership con l’etichetta di Chicago ‘Thrill Jockey Records’. Una casa discografica che probabilmente perfettamente si abbina a quelle che sono le sonorità avanguardistiche e sperimentali proposte dal questo suo progetto solista che, dopo episodi più o meno riusciti, a partire dal precedente ‘The Fact Facer’ ha invece trovato una sua formula che secondo me funziona e che riproposta in questo nuovo disco lo conferma come una delle realtà musicali più interessanti del panorama avanguardistico folk e pop del panorama Usa.

Fedele a una certa tradizione lo-fi, che non viene tradita neppure in questa occasione, avvalendosi della collaborazione di un trittico d’eccellenza composto da Brandon Eggleston (Mountain Goats, Swans), Al Carlson (Oneohtrix Point Never) e Jeff Saltzman (Grails), ‘The Fall of Man’ è un disco che considero importante per quello che riguarda il panorama della musica cantautorale americana e che ha sicuramente raccolto meno attenzioni di quanto avrebbe meritato. Il pensiero al confronto per quanto mi riguarda va in particolare a alcuni dischi che negli ultimi anni hanno costituito una specie di evento. Penso a ‘For Emma, Forever Ago’ di Justin Vernon aka Bon Iver. Father John Misty. I Fleet Foxes. Dischi che hanno segnato in un certo senso la cultura Usa per quello che riguarda il songwriting e la musica folk, portando questa su una pericolosa deriva quasi ‘lagnosa’ e sinceramente troppo poco attenta a contenuti reali e in qualche modo impegnati.

Da questo punto di vista, ecco, Emil Amos è invece cantautore attento e dotato di grande intelligenza oltre che sensibilità e in quanto tale perfettamente calato nella realtà contemporanea che lo circonda. Il disco è un piccolo gioiello dove risulta evidente una certa infatuazione per la tradizione rock derivante dagli anni settanta e in particolare per alcuni arrangiamenti (‘Aged Wine’ oppure la title-track, ‘I Told You’) dove rivela le sue grandi capacità come musicista e arrangiatore e da questo punto di vista sempre accorto a non eccedere e questo probabilmente sempre nel rispetto di quella cultura lo-fi cui accennavamo prima e cui è inevitabilmente legato per tutto quello che riguarda la sua storia musicale.

Ma c’è molto altro in questo disco. Emil Amos oltre a essere musicista talentuoso e disegnare melodie a tratti più easy-listening a tratti suoni ossessivi, ‘elettrici’, possiede doti vocali importanti, parliamo del resto di una voce che gli stessi critici del Guardian hanno voluto esaltare e questo dato va per forza tenuto in considerazione dato che ci sono musicisti che ucciderebbero per essere censiti dalla sezione musicale del popolare quotidiano londinese. Qualità comunque evidenti (‘Boil It Down’, ‘Disintegration Is Law’) e che contemperate a quelle che sono delle sonorità anche pop (vedi la traccia che apre il disco, ‘Mercenary World’), va bene, non fanno gridare al miracolo, ma sicuramente danno a questo disco tutti i connotati per attirare la vostra attenzione di ascoltatori.

@sotomayor

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