Foucault e il suono

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Figure 30.9. Most mammals show curiosity or exploratory behavior. Monkeys confined in an environment with little sensory stimulation will quickly learn to press a lever in order to see an event or objects outside their cage. Here, the sight of an electric train is enough to reinforce lever-pressing behaviour in this monkey. Further information here: http://50watts.com/An-Artist-s-Interpretation-of-a-Flashback-Biology-Today-3

Il centro storico della città era un dedalo di stradine strette e dove durante il giorno non batteva il sole, che si intrecciavano tra di loro senza nessuna particolare regolazione di tipo geometrico. La conformazione delle strade non aveva seguito nel corso del passare dei secoli nessuna progettazione e planimetrie e queste erano sorte spontaneamente, arrampicandosi una sopra l’altra in completa autonomia, organismi viventi anarchici che si stratificavano uno sopra l’altro con il susseguirsi degli eventi e dei fatti della storia dell’uomo.

L’asfalto era pieno di buche e lo stato della strada era reso ancora peggiore dalla pioggia, che aveva battuto giù dal cielo ininterrottamente nei giorni scorsi e per tutto il pomeriggio fino a tarda sera. L’acqua delle pozzanghere rifletteva la luce debole dei lampioni. Benché avesse smesso di piovere l’aria era umida, ti potevi sentire bagnare fin dentro le ossa da quell’aria bagnata. Le anime erano raffreddate da una tempesta di nuvole interiore e le persone si muovevano veloci lungo la strada come volere in questo modo sfuggire a quello che era lo stato metereologico delle cose. Nonostante tutto la città era e sarebbe stata ancora viva e pure a quell’ora della notte. Era una grande città e della grande città aveva quella frenesia e quella tipica elettricità.

‘Cosa fai qui?’

Il conte era seduto a gambe incrociate sulla scalinata della piazza che dava accesso agli uffici della banca nazionale. Che a quell’ora della notte era ovviamente chiusa. Con la conseguenza, inevitabile, che le scale divenivano un punto di incontro e di aggregazione tra le anime più o meno solitarie del variegato popolo della notte. Faceva freddo e il conte vestiva un vecchio impermeabile consumato e fumava una sigaretta. Tabacco. Oppure più probabilmente marijuana.

‘Cosa fai qui?’ Ripeté. Guardava con gli occhi semichiusi, come se cercasse di riconoscere una immagine indistinta nella nebbia. Lo sguardo roteava come a dipingerne i contorni. Allo stesso tempo era calmo, ma la sua personlità era sempre resa calma dalla dolcezza dell’alcol e la confusione mentale provocata dal consumo delle droghe leggere e degli acidi.

Che cosa ci faceva lì?

‘Non riesco a dormire.’

Che del resto era vero. Era stato svegliato da un suono nel corso della notte, mentre si rotolava da solo nel suo letto cercando di dimenticare le fatiche e quella pesantezza di una vita troppo regolare e allo stesso tempo proprio per questo border-line. Estrema. Aveva sentito una specie di sibilo. Una sirena che gli lampeggiava continuamente dentro le orecchie. Era un suono costante, che non smetteva mai. Si girava e rigirava nel letto aspettando che questo cessasse, ma era stato tutto inutile e l’atesa vana. Non riusciva a dormire. Aveva infilato i jeans e le scarpe da ginnastica e era uscito nella strada a fare due passi. Gli succedeva sempre più spesso da quando era solo. Questa volta però voleva cercare quale fosse l’origine di quel suono. Ammesso questo avesse una fonte specifica particolare.

‘Lo senti?’

‘Vuoi fumare.’ Era una affermazione. Non aveva bisogno di una risposta.

Aspirò in profondità. Poiché non consumava droghe di solito, era incerto circa la natura di quello che stava fumando. Poteva essere marijuana. Gli importava poco. Al diamine. Qualunque cosa fosse, aveva un buon sapore e questo gli bruciava fin dentro la gola dando un senso e finalmente un sapore a quella notte. Allora gli sorrise.

‘Lo senti?’

Il conte sorrise a sua volta, mostrandogli i denti. Aveva una dentatura storta e irregolare e i denti erano sporchi. Eppure anche quel sorriso aveva un suo senso e nel contorno del suo viso gioviale trasmetteva una certa pacatezza e serenità d’animo. Gli apparve così, come un sorriso vecchio di milioni di anni.

‘Le persone possono viaggiare nel tempo attraverso il suono.’

Il professore veva una età impossibile da definire con esattezza. Poteva avere trentacinque oppure quarant’anni. Persino cinquanta. Sapeva poco sul suo conto. Tutti lo chiamavano il professore e per quello che ne poteva sapere, quella di professore poteva benissimo essere la sua professione. Indossava un vestito lercio e che una volta forse doveva essere stato elegante. Ma adesso era tutto bagnato e sudicio e il colletto era macchiato di vino. Sembrava una montagna di stracci gettata addosso a un uomo con il solo scopo di coprirlo, di nascondere le sue vergognose nudità. Manteneva ciononostante, lui, una certa dignità e quando parlava, attirava le attenzioni di tutte le persone che gli stavano attorno.

‘Perché sei qui? Praticamente sei arrivato qui spostandoti, muovendoti attraverso lo spazio. Vero. Hai percorso la distanza da casa tua a qui e ti sei mosso all’interno di una dimensione spaziale. Ma anche temporale.’ Fece una pausa. ‘Naaa… Lascia perdere. Non mi riferisco ovviamente al tempo che hai impiegato per percorrere questo tragitto. Del resto, ne converrai, esistono molti modi per percorrere una strada. Puoi scegliere. Tutti noi possiamo scegliere la via che riteniamo essere quella più breve oppure quella più rapida e quella più veloce. Quella più facile. Quella più comoda. Oppure altre volte possiamo decidere di complicarci le cose. Altre volte, infine, succede che non arriviamo mai. Tu come sei arrivato qui?’

‘No. Non credo di capire. Io, ecco, ero a  casa e non riuscivo a dormire. Sentivo continuamente e indistintamente questo suono nella mia testa e… ecco, lo sento anche ora. Lo sentite anche voi, vero? Così mi sono vestito e sono uscito di casa. Che strada ho fatto? Beh, ecco, vediamo, ho camminato un po’ prima di arrivare qui, quindi…’

‘Non hai capito. Non ti sto dicendo di dirci quali strade tu abbia percorso. Quello che voglio sapere, quello che tu vuoi sapere è: quale strada hai fatto.’

‘Non capisco la differenza. Quale sarebbe? Comunque,’ aggiunse seccato, ‘non me lo ricordo, va bene? Non mi ricordo. Non mi ricordo quale strada ho fatto e non capisco questa cosa che importanza abbia.’

‘Non attribuiamo in genere nessuna importanza all’ascolto. Si tratta di una deformazione tipica del genere umano, ma questa è comprensibile. Eppure ascoltare ci dice molte cose e quando senti il rumore, se tu senti questo rumore, significa che stai ascoltando. Che tu sai ascoltare. Magari tu potresti imparare che cosa significa veramente viaggiare attraverso il tempo.’

‘Come possiamo viaggiare attraverso il tempo?’

‘Ha!’ Esclamò il conte, felice e interessato alla piega che aveva preso la conversazione. ‘Siedite ragazzo. E tu spiegaglielo dai, raccontaci tutto prof., pendiamo dalle tue labbra!’ Gli strizzò l’occhio, mentre gli faceva spazio e lui si andava a sedere proprio nel mezzo, tra il conte e il professore, che stava alla sua destra.

Il professore allora tirò fuori dalla tasca della giacca un gessetto e con questo disegnò sull’asfalto. Disegnò prima una linea retta. Un segmento. Dopodiché tracciò quella che poteva apparire come una specie di sinusoide, che intrecciava il segmento in diversi punti. Era, ecco, era proprio come se la sinusoide fosse infilizata dal segmento che era – questo – come uno spiedo.

‘Stabiliamo che lo spazio è il tempo. Va bene? Immagina che questo spazio, questo tratto di asfalto, rappresenti il tempo. Che cosa significa questa linea retta per lo spazio? In relazione allo spazio. Questa gli passa attraverso e questo è un fatto, è evidente. Ma, se io non avessi calcato la mano, se non avessi volutamente calcato la mano sulla linea retta e te la avessi mostrata così chiaramente, la avresti vista? Probabilmente no. Non l’avresti neppure notata. Il tempo e lo spazio infatti sono attraversati da un numero infinito di linee rette, ma queste, vedi, non comportano alcuno spostamento significativo. Così è come se non esistessero affatto.

‘Guarda invece la sinusoide. Come vedi, copre uno spazio e conseguentemente un tempo molto più esteso di quello coperto dalla linea retta. Di più, questa muove essa stessa lo spazio e il tempo che lo contengono, dando a questo una sua dimensione e una propria dignità. Ne consegue che la sinusoide non è solo rilevante, ma questa dà una sua rilevanza al tutto e che cos’è la sinusoide se non quello che chiamiamo ‘rumore’. Il suono’

Disegnò allora in rapida sequenza tutta una serie di sinusoidi che intrecciavano il segmento, quella linea retta, e si intrecciavano tra di loro come dei serpenti all’interno di una cesta di vimini oppure di un sacco di iuta.

‘Vedi?’

‘Sì. Beh, quello che dici, per quanto possa apparire astratto e indefinito, ha sicuramente un senso. Parli del suono come di oscillazioni e del resto per quanto ne sappiamo, per quanto ne so e nei limiti delle mie conoscenze che riconosco essere ristrette, il suono costituisce ed è costituito da delle continue oscillazioni. Lo stesso che è per il movimento. Vale lo stesso principio. Di conseguenza queste oscillazioni – ergo, qualsiasi suono – comporta delle alterazioni nello spazio e ovviamente secondo questa visione delle cose anche nel tempo. Così come il modo in cui percepiamo determinati suoni ci permette di trarre conclusioni differenti a seconda delle situazioni.’

‘Molto bene!’ Esclamò soddisfatto. ‘Non è tutto qui ovviamente. Devi sapere che l’uomo è in natura l’animale che emette il maggior numero di suoni. Che cosa significa questo? Anche senza volere assumere un orientamento di tipo religioso, puoi chiaramente considerare come questo – l’uomo – abbia un ruolo centrale all’interno delle dinamiche dell’esistenza. E all’interno delle dinamiche dell’esistenza, il suono ha altresì un ruolo centrale. Come? Il suono contraddistingue, caratterizza ogni possibile interazione prima e più di tutte le altre esperienze sensoriali e mediante queste interazioni, questa trasmissione continua di segnali e di informazioni, tutte le cose acquistano un senso compiuto e si vanno ad incastrare, prendono un loro posto all’interno di un piano più vasto e molto più che questo: lo determinano.’

‘Stiamo parlando del tempo chiaramente. Eppure, perdonami, questo scorre, continua a passare anche se noi stiamo fermi e se siamo da soli. Quindi se escludiamo ogni forma di interazione. Passo molto tempo da solo. Ero da solo quando prima ho cominciato a sentire questo suono e il tempo eppure passava. Il tempo passava e il suono sembrava non finire mai.’

‘Tu commetti un grosso errore. Intanto come dici, stavi ascoltando un suono, quindi il suono c’era, questo c’è sempre e questo segnava il tempo e nel caso particolare: il tuo tempo. Allo stesso modo, hai scelto di uscire e di essere qui in questo momento. Magari non te ne sei accorto, ma il tempo prima era sospeso oppure batteva in modo diverso, mentre adesso sta scorrendo più velocemente, scivolando rapido sul suono generato dalle nostre parole.’

‘Sì, ma… Ipotizziamo uno spazio chiuso e dove non c’è nessun suono. Ipotizziamo che si possa creare un ambiente dove non si possano udire suoni e/o rumori di alcun tipo. Anzi, sai che cosa ti dico? Mi sembra che per determinate tipologie di esperimento scientifico, esistano già posti di questo tipo. Ho letto su di una rivista che chi vi accede, rischia di impazzire. Che l’assenza di suono sia qualche cosa di insopportabile. ciononostante, questa è una prova evidente che posti dove il suono non può essere udito, esistono. Devono esistere per forza. Che mi dici dello spazio ad esempio?’

‘L’assenza di suono è uno stato apparente. Non esiste in natura e tutte le cose che esistono, devono esistere per forza in natura. Quello che è artificiale è comunque naturale, capisci che cosa voglio dire? Nessun suono significa in realtà una moltitudine di suoni, una amplificazione di tutti i suoni possibili che vengono riprodotti tutti quanti assieme e la conseguente impossibilità di mettere ordine tra tutti questi segnali che ci vengono trasmessi. Un vero e proprio break-down nelle trasmissioni e che comporta, che può comportare, perché no, pazzia e confusione mentale. Si concretizzasse veramente una totale assenza di suono, tuttavia, questa comporterebbe la fine di tutte le cose. Il tempo allora si fermerebbe e entreremmo in uno stato di sospensione: una specie di congelamento.’

‘… E i sordi?’ Domandò indeciso.

‘I sordi non possono ascoltare, dici. Questo è vero, ma è vero fino ad un certo punto. Questi hanno solo una percezione del suono che è totalmente differente da quella cui noi, che non abbiamo disturbi particolari di questo tipo – almeno apparentemente -, non possiamo riconoscere. Sei mai stato sordo? Beh, magari il suono di uno scoppio oppure di una esplosione ti ha comportato una sordità momentanea. Uno stato provvisorio di isolamento. Sei sicuro che in quel momento tuttavia non stavi veramente ascoltando nulla? Non è così. Non è esattamente così. Ti dirò di più tuttavia: dove pensi che sarebbe l’uomo, quanta strada pensi che questo avrebbe percorso se gli uomini, tutti gli uomini fossero stati sordi? Ci saremmo estinti come i dinosauri. O meglio, la nostra storia non avrebbe neppure avuto inizio.’

‘Va bene. Va bene. Non è chiaro tuttavia come il suono possa farci viaggiare attraverso il tempo. O meglio. Dici che questo, il suono, determina lo scorrere del tempo e questo secondo quello che abbiamo determinato dagli andamenti della sinusoidi e secondo la logica delle oscillazioni, ha una sua spiegazione che credo possa avere anche qualche fondamento nel campo della fisica. Ma come possiamo dire che questo significhi ‘viaggiare nel tempo’? Andiamo. Che poi se uno viaggia nel tempo, deve poterlo fare per forza in entrambe le direzioni. Avanti e indietro nel tempo.’

‘Non è quello che facciamo abitualmente? Pensa all’eco. Tu urli dall’alto del dirupo di una montagna e l’eco delle tue parole si ripete infinite volte. In questo modo il tempo presente e quello futuro e quello passato diventano una sola cosa. Che dire invece delle ‘registrazioni’? Parlo dei suoni registrati.

‘Quando ascolti un disco oppure guardi un film, tu stai viaggiando nel tempo e così stanno facendo gli attori che vediamo proiettati sullo schermo. I divi di Hollywood, questi privilegiati! Il loro più grande potere, quello che gli invidiamo e senza capire coscientemente, è proprio questa capacità che hanno loro di viaggiare nel tempo. Nel momento in cui guardiamo un vecchio film, questi, questi attori stanno viaggiando nel tempo presente: questo succede perché le loro parole, quello che dicono, il suono che questi trasmettono e le oscillazioni che ne conseguono, determinano nelle modifiche nel tempo. Nel nostro tempo presente e così anche nel tempo futuro. Come puoi facilmente dedurre, gli anni del cinema muto furono di conseguenza per forza degli anni difficili. La frustrazione che derivava dall’individuo e poi dalla collettività di accedere a qualche cosa di incompleto non poteva che sfociare nelle peggiori degenerazioni della natura umana.

‘Dici che questo però non ha nessuna rilevanza per quello che riguarda il tempo passato? Sciocchezze. Sei mai tornato indietro per verificarlo? Viaggiamo continuamente nel tempo passato ascoltando l’eco dei nostri ricordi e modifichiamo il nostro passato a seconda di come ci poniamo relativamente l’ascolto di questi suoni ancestrali, che si ripercuotono sottoforma di oscillazioni sin dalla notte dei tempi.’

Il conte intanto si muoveva come un equilibrista lungo la linea della prima sinusoide tracciata dal professore. Un gruppo di ragazzi intonava della musica da circo come se questi si stesse muovendo sul filo di una corda e lui sorrideva tutto contento. ‘Venghino signori, venghino, ecco a voi il magico equilibrista che viaggia nello spazio e nel tempo! Venghino signori, venghino!’

‘Che cosa succede se si spezza la sinusoide? Che cosa succede se si fermano queste oscillazioni, se smettiamo di emettere qualsiasi tipo di suono?’

Il professore si accese una sigaretta e lo guardò con uno sguardo triste. Aspettò un attimo prima di rispondere, come se ci dovesse pensare su, ma era tutta scena perché aveva già affrontato mille altre volte quella conversazione e sapeva che lo avrebbe fatto mille volte ancora, avanti e indietro nel tempo. Era tutta una scena preparata, una scena che aveva già recitato e che aveva già visto proiettare su quello schermo gigantesco che era la sua stessa esistenza.

‘Il suono non lo puoi fermare. Il pendolo. Questo compie delle continue oscillazioni. Una volta che si muove e comincia a oscillare, questo non smetterà più. Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro… Il suo movimento sarà continuo e infinito. Lo stesso vale per tutte le oscillazioni generate dal suono. Ne consegue che, se pure smettessimo di ‘suonare’, continuerebbero comunque le oscillazioni derivanti da suoni che sono stati emessi, che hanno avuto origine nel tempo passato. E che hanno dato origine al tempo passato! In un certo senso, il suono non può smettere. La vera domanda a questo punto sarebbe: quando è cominciato tutto? Ma è meglio lasciar perdere, perché sarebbe come domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina e io francamente comincio a essere stanco, non ho nessuna voglia di questi giochetti e trucchi da prestigiatore.’

Si alzò e lui fece altrettanto. Una volta in piedi si congedò dal professore dandogli una pacca sulla spalla e ringraziandolo per la compagnia e fece un cenno di saluto al conte. Che però non gli badò, tutto preso a continuare quella sua pantomima del circo in compagnia della sua compagnia di balordi. Avrebbero continuato così per tuttta la notte e poi per mille altre notti e chissà per quanto altro tempo ancora. Il conte e i suoi compagni marciavano attraverso le linee del tempo e lui appariva come una specie di giullare, che agitava un campanello e ogni suono era un anno, ogni suono segnava il succedersi degli eventi e mentre lui ritornava a casa, questo suono si fece sempre più vago e allo stesso tempo sempre più indistinto, finché ritornò a confondersi con quella specie di sirena che aveva sentito prima. Che non aveva mai smesso.

Pensò che in tutto quel tempo, quanto tempo era passato?, non aveva domandato al professore che cos’era effettivamente quel suono. Quella specie di sirena che, adesso che era ritornato da solo, risuonava più intensamente che prima nella sua testa. Eppure, pensò, anche se non glielo aveva domandato direttamente, la risposta gli era stata data, doveva essere da qualche parte nelle parole che gli erano state dette. Rimpianse di non avere avuto con sé un registratore oppure un bloc-notes e abbasso le serrande nascondendo ai suoi occhi l’ombra del conte che adesso faceva finta di svolazzare come un’anatra agitando delle ridicole ali di cera.

@sotomayor

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