Druid – Odysseus (Self-released, 27/03/16) [ITA Version]

frontCantami o Musa dei Druid la brillante evoluzione musicale. L’attesa è finita, finalmente è uscito il nuovo album ed è uno sballo totale. Una band scevra da compromessi, che non si è adagiata sulle soluzioni sonore che ci avevano fatto fremere per l’album dello scorso anno, ma proseguono nella loro ricerca, sporcando le effusioni stoner, psych & metal con detriti prog rock, particolarmente evidenti nella apertura di Odysseus, una epica cavalcata che inizia riecheggiando la maestosità del suono di “Zuma” di Neil Young & Crazy Horse, le armonie vocali della West Coast,  tribalismo bianco a sorreggere un viaggio della durata di 18 minuti e 49 secondi, quasi a ripercorrere i dieci anni delle peripezie di Odisseo. La chitarra di Kaleb Shaffner fa il solito lavoro enorme, districandosi tra la grotta di Polifemo, Nausica e la maga Circe con note dai colori pesanti, spesse di sentimenti, descrittive fino alla didascalia, a tratteggiare i repentini cambi di umori degli eroi omerici. Kaleb ha ormai assunto la statura di vero guitar hero, padrone di una tecnica magmatica e variopinta, chitarra al cromo liquido che si propaga dalle sue mani simile ad un delta fluviale, pronto a rompere gli argini in qualsiasi momento, ma trattenuto in improvvise oasi acustiche, nell’alternarsi di almeno cinque movimenti simili ad una partitura di una suite classica.

I Druid giungono con questo lavoro alla definizione del proprio suono, strutturato, quasi scultorio. E’ pur vero che in certi casi, soprattutto nei passaggi più evocativi e romantici, sfuggono derive Pink Floyd-esque ed in certi altri, più movimentati, emergono reminescenze, consapevoli o no, Deep Purple, ma il suono ora è evidente, personale e riconoscibile.

12805936_740522376085127_2737951019737841241_n“Forlorn Hope” è pura magia stoner, riff sincopati capaci di ammaliare anche le Sirene, stop&go fulminanti ed effetti chitarristici di note allungate, ossessive alternate a passaggi più riflessivi, simili ad una pantera acquattata dietro un cespuglio con i muscoli che guizzano in attesa di spiccare il balzo. Momenti di timore palpitante, suono grandioso di detriti desertici che lambiscono fiordi metal. Sicuramente non consigliato ai deboli di cuore.

“Medicine Man” era circolato in forma di teaser prima dell’uscita di “Odysseus” contribuendo, con i pochi secondi della sua durata, ad innalzare la febbre per l’attesa dell’album. E’ uno strepitoso esperimento psichedelico, con robuste venature di un blues simile a quello forgiato dalla Experience di Jimi Hendrix. Inizia sornione e flessuoso, con chitarra avant-garde ed evocazioni dei Nativi Americani, per trasformarsi in delirio sonico in cui pare gli strumenti abbiano il sopravvento sui musicisti in un’esperienza di coscienza collettiva, voce trasportata dal vento e Tony Tommy Iommi a controllare il tutto.

I Druid hanno sempre avuto un suono levigato e ruvido, ben definito e grezzo, opera di Greg Ornella che ha contribuito alla fondazione della band per poi fare un passo indietro preferendo il lavoro di produttore che ha affinato anche nel corso dello stage della scorsa estate presso i Flora Recording & Playback Studio di Portland. Ed il tempo trascorso in Oregon ha dato i suoi frutti, perché questo è forse il suo lavoro migliore in un portfolio, comunque, di qualità elevatissima. Apprezzabile pure il suo contributo alle tastiere.

12313926_699611280176237_7423737388627180829_n“Ghost” è uno strumentale di puro esorcismo sonoro con la chitarra che arzigogola e si rincorre simile ad un aquilone che vola alto sulle miserie umane. Nostalgia e recriminazione, cose non dette e sentimenti trattenuti.

“Tocharian Shrine” chiude l’album con un piglio punk metal, rullate di batteria a rompicollo e voci ferme e risolute a ricordarci che i Druid sono sostanzialmente creatura stoner, con derive psichedeliche ed ondivaghe divagazioni blues, ma sempre con i piedi ben piantati nella palude stoner.

Un disco bellissimo che va oltre le aspettative pure legittimamente molto alte a causa della bellezza dell’album e dell’EP precedenti. I Druid conoscono la difficile arte di coniugare spaced blues con prog-rock, immaginario gotico e riff-heavy thunder. Le note del  basso di Maximilian Schmitz distorte, duellano con la chitarra pesante in un crescendo di tensione sonora palpabile, sporcata da pulviscolo interstellare.

Un gran disco.

Voto: 9/10

Schoolboy Johnny Duhamel

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