David Bowie – Blackstar (RCA, 08/01/2016)

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David Bowie è un genio. Ma di quelli veri. Quasi un uomo rinascimentale. “Hunky Dory” è stato il primo disco che ho comprato autonomamente a 10 anni, cercando di liberarmi dalla dittatura punk & dub impostami dai miei genitori. E mi ha cambiato la vita. Mi è venuto a dire che non ero solo, che non ero quello strano che c’erano altre persone come me, la fuori. Nel mio periodo di ossessione per i Pussy Galore ho fatto circa 2 mesi di concerti riproponendo, dall’inizio alla fine, “The Man Who Sold The World” e la soddisfazione è stata indescrivibile.

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Bowie ha cambiato la società come neppure gli MC5 sono riusciti a fare, ha manipolato i media prima e meglio di Malcom McLaren e ha fatto accettare diversi tipi di orientamento sessuale. E’ persona brillante, simpaticissima ed estremamente generosa, pieno di classe innata.

Comunque, questo disco è brutto. E’ il venticinquesimo della sua carriera e se non ti chiami Luis Buñuel o Lee Scratch Perry, non puoi pensare di mantenere inalterata la tua creatività all’infinito. L’ultimo disco all’altezza è stato “Lodger” e quando l’urgenza creativa viene sostituita dal manierismo del criceto sulla ruota, dalla routine di un lavoro da svolgere come un qualsiasi impiegato, che si alza la mattina e timbra il cartellino per lavorare in banca, quando addirittura il marchio David Bowie viene quotato in borsa, probabilmente le ragioni commerciali annientano quelle artistiche. La cupidigia è una brutta cosa e non ci si deve necessariamente iscrivere al “Club dei 27” per non correre il rischio di intaccare il proprio status di grande artista. Bowie avrebbe benissimo potuto smettere di fare dischi coltivando, magari, il suo talento di pittore alla stregua di Syd Barrett e Paul Simonon.

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Nei primi anni ’80 ha compiuto giochi di prestigio, captando gli umori ed i segnali delle nuove tendenze musicali per riproporli immediatamente prima di tutti, anche dei ragazzi dai quali gli stessi provenivano, visto la facilità di accesso agli strumenti di registrazione, dando l’impressione di essere ancora il magnifico innovatore che il mondo conosceva, sempre un passo avanti. Ora i tempi son cambiati ed ogni artista ha uno studio di registrazione nella propria cameretta, vederlo arrancare dietro le aperture alla Joy Division di “Lazarus”, che poi evolve con un passo alla Roxy Music di “Avalon”, con flauti traversi, grande effusione di sax, non si capisce più chi insegua chi. Se Bowie era una delle più marcate influenze dei Japan si ha la sensazione che ora tragga linfa vitale sia dal David Sylvian solista che dal suo gruppo originario. Tony Visconti è una delusione alla produzione con suoni stantii mutuati dalle intuizioni di “Tin Drum” e “Brilliant Trees”. “Girl Loves Me” sembra uscita da “The Lamb Lies Down On Brodway”. Non ci si crede.

“Sue (Or in a Season of Crime)” inizia con il ritmo alla Bo Diddley di “Panic In Detroit”, dal capolavoro “Aladdin Sane”, quasi a volerci ricordare la caratura dell’uomo, quasi a voler dire, “ragazzi non scherziamo! Sono sempre io, non fate scherzi”. Ma è un illusione, quasi un gioco, perché la magia originaria, come pure il grande aiuto di personaggi come Mick Ronson e Carlos Alomar sono scomparsi per sempre e si ha l’impressione che quella irripetibile età dell’oro mai più ritornerà.

Schoolboy Johnny Duhamel

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