Christian Cantamessa – Air, 2015

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Christian Cantamessa – Air, 2015

SMOG. Ogni tanto, facciamo periodicamente, si ritorna a parlare di quello che è il livello di smog e l’inquinamento dell’aria delle nostre grandi aree urbane. Il tema è particolarmente d’attualità in questi ultimi giorni di questo dicembre 2015 e in quello che è stato finora un inverno in qualche modo anomalo e caratterizzato da una pressocché totale assenza di piogge e temperature sopra la media.

Le varie amministrazioni comunali sono corse ai ripari con quelli che sono i soliti provvedimenti (blocco del traffico, le targhe alterne), che secondo me lasciano per forza il tempo che trovano, nel senso che evidentemente non possono bastare di per sé neppure a tamponare una situazione che da come è stata dipinta, da come viene dipinta dalla cronaca di queste giornate, sarebbe praticamente border-line.

Non mi iscrivo al partito degli scettici, non voglio dire questo, ma è innegabile che l’allarmismo di queste giornate è qualche cosa che non abbia nulla a che fare con quella che sarebbe invece una analisi attenta e seria di quella che è la situazione relativa l’inquinamento e l’alterazione dell’aria che respiriamo. Dove provvedimenti come quelli citati costituiscono praticamente una inutilità e dove il tema viene trattato come si potrebbe discorrere di altre tematiche più o meno di attualità nelle cronache dei quotidiani e della televisione tipo un caso di omicidio particolarmente controverso oppure qualche fenomeno scandalistico.

CHE FARE. Abbiamo già discusso su queste pagine di quella che è stata la conferenza sul clima di Parigi e durante la quale le grandi potenze hanno cercato di fare il punto della situazione sul riscaldamento globale e di tracciare delle linee guida su come affrontare quella che è e resta comunque una problematica reale e che, attenzione, può essere affrontata e nel caso risolta, o perlomeno ridimensionata, solo se affrontata unitamente a livello planetario, perché tale è la portata del fenomeno.

Da qui quello che è il mio scetticismo, giustificato, su questa vera o presunta impennata del livello dello smog nelle nostre aree urbane. Alla televisione si susseguono servizi dove si intervistano persone che sostengono di avvertire un’aria differente, un peggioramento per quello che riguarda l’inquinamento e l’alterazione di quello che respiriamo, e non mi considero una persona poco attenta al mondo che mi circonda, se dico che francamente questa cosa mi appare ridicola. Se c’è un cambiamento climatico, questo può infatti essere considerato e valutato seriamente solo nel tempo e solo nel tempo, sul lungo periodo, noi singoli individui, i cosiddetti ‘uomini della strada’, potremmo avvertirne e eventualmente considerarne gli effetti.

Certo quello che possiamo considerare è un’anomalia per quello che riguarda il clima. Abbiamo avuto in successione un inverno particolarmente freddo e poi l’estate più calda mai registrata e ora temperature invernali sicuramente sopra la media. Che dire. Parliamo di scienza oppure di statistica? Anche in questo caso è difficile valutare, mi ritengo impossibilitato a offrire una valutazione attendibile su quella che è una questione che del resto tiene banco praticamente sin dai tempi della rivoluzione industriale e che comunque, se poi vogliamo, è sempre stata centrale nella storia dell’uomo in quella che è l’alterazione dell’equilibrio iniziale con la natura che ci circonda e che abbiamo giocoforza alterato da sempre e non solo in tempi più o meno recenti.

AIR. Il titolo di questo film fantascientifico del regista Christian Cantamessa è praticamente lo stesso di una canzone dei Talking Heads contenuta nel disco ‘Fear of Music’. Non che questa costa costituisca un evento eccezionale. Voglio dire, ‘Air’ è ovviamente un titolo parecchio comune e chiunque potrebbe benissimo suggerirmi altre cinque, dieci, cento canzoni con lo stesso titolo oppure qualche cosa del genere. Però… Però ho sempre considerato il testo di questa canzone in una maniera ambivalente. Che cos’è l’aria? Certo, questa appare il più innocuo e allo stesso tempo quello più necessario tra tutti gli elementi, ma se ci pensate, queste due affermazioni sono praticamente in contraddizione tra di loro. Una cosa esclude l’altra. Come può una cosa necessaria, infatti, essere allo stesso tempo anche innocua?

Il mondo, in particolare gli Stati Uniti, teatro delle ambientazioni del film, è stato completamente devastato dalla solita guerra nucleare e condotta con armi chimiche che hanno alterato in maniera probabilmente irreversibile l’atmosfera. L’aria è divenuta irrespirabile e la Terra inabitabile per il genere umano e i pochi sopravvissuti si sono costretti a vivere in bunker sotterranei in uno stato di sonno criogenico in attesa di quello che si ritiene dovrebbe essere il lasso di tempo necessario a superare la crisi. Un periodo imprecisato di tempo e che secondo alcuni studi avrebbe dovuto essere compreso tra i trenta e i centocinquanta anni.

In uno solo di questi bunker, si svolgono le vicende dei due protagonisti, Bauer (Norman Reedus) e Cartwright (Djimon Hounsou), che sarebbero poi praticamente due tecnici addetti alla manutenzione e il funzionamento del bunker e a vegliare (da qui il titolo italiano: ‘Custodi del sonno’) sul sonno dei soggetti sottoposti al trattamento criogenico.

Tutte le volte, i due hanno due ore di tempo a disposizione per svolgere le proprie mansioni e controllare che tutte le cose procedano secondo il loro ordine e allo stesso tempo segnalare agli altri bunker dispersi sul territorio americano (oppure mondiale, non viene precisato) il corretto funzionamento e l’osservazione di tutte le norme procedurali.

UNA ODISSEA NELLO SPAZIO, SOTTO TERRA. Nella pratica non è che nell’ora e mezza di film succeda qualche cosa di straordinario oppure di imprevedibile e questo anche perché i due protagonisti si muovono da soli sullo scenario e non hanno altri soggetti con cui interagire né particolare libertà di movimento data la ristretta dimensione del bunker e pure il tempo limitato a loro disposizione causa il funzionamento del bunker e quella che è l’aria respirabile cui possono accedere.

Chiara in questo senso la volontà di fare un film fantascientifico che oltre e prima che affrontare tematiche di tipo sociale oppure configurarsi come un film di azione oppure di avventura, voglia invece in qualche maniera scavare a fondo nella psicologia dei singoli personaggi così come in quella della natura umana.

Come potrebbe l’uomo sopravvivere in una condizione di totale isolamento e nella promessa solo di una possibile e difficile rinascita dell’intero genere umano? Bauer e Cartwright sono due privilegiati oppure sono le principali vittime di un sistema messo in piedi in realtà senza lungimiranza e senza nessuna concreta mossa da opporre a una catastrofe che appare irreversibile? Nelle capsule di criogenesi sono ‘congelate’ quelle che sono state considerate le eccellenze nel campo della scienza e della conoscenza della umanità e la cui conservazione deve essere garantira primariamente perché propedeutica a rimandare nel mondo futuro quanto finora acquisito e ottenuto dall’uomo, ma al di là del carattere esclusivamente ‘possibile’ del sorgere di questa nuova civiltà, è allo stesso tempo lecito domandarsi due cose. La prima è se questo bagaglio di conoscenze tornerebbe poi veramente utile in un mondo completamente diverso da quello che conosciamo e soprattutto dopo, causa l’impossibilità di comunicare, è venuto meno ogni concetto di ‘società’. La seconda riguarda la attendibilità di questo tipo di piano. Vale veramente la pena passare decine, centinaia di anni in uno stato di sonno criogenico e nella speranza di essere risvegliati in quello che deve essere un domani migliore. Come possono le cose aggiustarsi da sole infatti e senza l’intervento dell’uomo. Meglio: questo può accadere. Secondo me accade sicuramente, ma questo tipo di processo è lungo e richiede, richiederebbe migliaia di anni. Un quantitativo di tempo che andrebbe oltre qualsiasi speranza di risveglio dopo un sonno criogenico. Infine, se anche la cooperazione attiva sarebbe resa impossibile dalle circostanze, come si potrebbe allora sperare in quello che dovrebbe essere un prosieguo dell’esistenza della specie umana? Qui ritorniamo a parlare di statistica e dico che due uomini soli sono per forza troppo pochi anche solo per vegliare e limitarsi ad attività di manutenzione. Perché del resto qui non è che parliamo di un qualche impianto di depurazione, che quelli poi pure sono delicati, ma dell’intera umanità.

Così scoppiano inevitabili le contraddizioni e quando scoppiano le contraddizioni, saltano anche gli equilibri già carenti di questo sistema e quelli dei singoli individui che peraltro non sono sicuramente due figure scelte e severamente addestrate, ma solo due sopravvissuti e che hanno come tutti alle spalle una storia che non riescono a dimenticare e superare e questo anche perché non hanno il tempo materiale per farlo.

IL FILM. In definitiva ci troviamo davanti a quello che è un film perfettamente riuscito e che mi rammarico di avere scoperto solo per caso, mentre invece ritengo che avrebbe meritato e meriti maggiori attenzioni. Per quanto mi riguarda non posso che suggerirne la visione, perché, anche se consideriamo che questa storia si ambienta in uno spazio limitato e anche in quello che è un lasso temporale limitato e con solo due personaggi che si muovono sulla scena, e chi lo sa, forse proprio a causa di questa cosa, tutto sembra funzionare. Dalla colonna sonora alla resa delle ambientazioni e la modalità in cui sono state girate le scene. Oltre che l’interpretrazione dei due attori protagonisti, che vantano già esperienze in ambito fantascientifico e di alta tensione e che in questo film del resto interpretrano quelle che sono due figure tipiche e nei canoni dei personaggi che hanno già intepretrato e di più li hanno resi famosi nel corso delle loro carriere. Apparentemente più riflessivo quello interpretrato da Djion Hounsou, ma invece tormentato dal fantasma della sua compagna Abby (Sandrine Holt); spaccone e strafottente invece quello interpretrato dalla star di The Walking Dead, Norman Reedus. Due personalità lontane e che pure se condividono le stesse sofferenze e le stesse difficoltà finiranno con lo scontrarsi e in quella che si rivelerà alla fine essere più che una battaglia ideologica, ma una vera e propria lotta per la vita. Dove intendiamo questa come qualche cosa di differente dalla ‘sopravvivenza’ fine a se stessa.

Prodotto dal papà di Walking Dead, Robert Kirkman, se dovessi definire questo film parlerei di claustrofobia e allo stesso tempo del contrasto sempiterno tra disillusione e speranza e quindi anche di quello che è il concetto più ampio di fiducia (in se stessi e negli altri). In un anno dominato dai grandi blockbuster del genere sci-fi, da Interstellar a The Martian e fino all’ultimo capitolo di Star Wars, un film come questo è sicuramente il benvenuto.

@sotomayor

 

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