Cheatahs – Mythologies (Wichita Recordings, October 2015)

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Cheatahs – Mythologies (Wichita Recordings, October 2015)

Non so voi come la pensate, ma personalmente sono stanco di quei vecchi barbagianni che rimproverano alle band più o meno giovani di registrare troppo invece che indugiare lungamente e ricercare una qualche forma di perfezionismo prima di entrare in sala di registrazione. Portatori di non si sa quale scienza esatta, e che quindi non può avere nulla a che fare con il rock and roll, è evidente che a questi soggetti, che costituiscono una specie di casta ideale, la rivoluzione, anzi le rivoluzioni apportate dal digitale e successivamente da internet e i moderni mezzi di telecomunicazione, i social, non siano affatto andate giù.

Quella rivoluzione incompiuta che fu il punk, alla fine è stata portata a termine in qualche modo dall’alto. Che significa che, certo, esisteranno sempre gli U2 oppure Bruce Springsteen e ci sarà sempre un qualche Bertoncelli a sparare cazzate, ma il fatto oggi sia molto più facile registrare e quindi esprimere se stessi e quelle che sono le proprie emozioni, buttare fuori tutto quello che si ha dentro immediatamente e con un’urgenza che personalmente definirei importante, beh, francamente, ditemi: che cosa ci sarebbe di più rivoluzionario? Senza considerare che grazie ai cambiamenti di cui prima oggi può accedere alla musica praticamente chiunque. Sia nelle vesti di ascoltatore che di musicista.

Per fortuna comunque c’è un mucchio di gente che di questo perfezionismo perbenista se ne frega. Tra questi ci sono i Cheatahs, che non sono una band punk, ma che sicuramente incarnano alla perfezione questo spirito del ‘carpe diem’, distinguendosi invero per una attività in studio particolarmente prolifica e allo stato attuale anche brillante.

‘Mythologies’ esce su Wichita Recordings a soli dodici mesi di distanza dal disco d’esordio omonimo di questa band che ha base a Londra, ma i cui componenti provengono praticamente da ogni angolo del globo. Il chitarrista James Wignallm è inglese, ma il frontman e leader Nathan Hewitt ad esempio è originario di Edmonton, Canada, dove è nato e cresciuto; il bassista Dean Reid viene da San Diego, California, mentre il batterista (Marc Raue) è tedesco di Dresda.

Nel mezzo, prima dell’uscita del nuovo disco, la band aveva rilasciato due EP intitolati ‘Sunne’ e ‘Murasaki’, un omaggio, il secondo, alla scrittrice e poeta giapponese Murasaki Shikibu, vissuta tra il decimo e l’undicesimo secolo dopo Cristo nel paese del sol levante. Ma essere prolifici è comunque sempre stata una caratteristica di questa band che aveva raccolta una certa fama clandestina già prima della pubblicazione del primo LP e che adesso, perché no, evidentemente batte il ferro finché è caldo.

Anticipato dal singolo apripista ‘Seven Sisters’, le sonorità del disco sono nel segno della continuità con i lavori precedenti. I Cheatahs in verità, diciamolo, non si sono inventati niente di nuovo. La loro bravura sta nel riproporre e ridare freschezza a alcuni temi e sonorità che andavano forte tipo vent’anni fa. Cosa che peraltro gli riesce benissimo. Evidenti sono i richiami del resto alle sonorità shoegaze a partire dal richiamo ai maestri del genere i My Bloody Valentine (‘Supra’ oppure ‘Colorado’) fino a esperienze più recenti e derivate del genere. Penso ad esempio ai Deerhunter (‘Channel View’) e ai Tame Impala (‘In Flux’, la già citata ‘Seven Sisters’, ‘Red Lakes’), con cui peraltro condividono una certa attitudine verso quelle che sono sonorità più pop (dreampop nella specie) e easy-listening.

Omologhi di Eagulls e Ringo Deathstarr, aggiungerei tra le influenze della band anche tutto un filone di band britanniche degli anni novanta, una tradizione che a partire da Swervedriver, Catherine Wheel, Chapterhouse, Adorable opponeva a quello che fu il grunge negli Stati Uniti una musica non meno rumorosa e ‘ribelle’, ma che non smetteva mai di guardare all’aspetto melodico e alla forma canzone. Una scena musicale che alla lunga ha prevalso e ha fatto scuola più che quelle che furono le band di Seattle e questo probabilmente anche grazie a un approccio più leggero e disinvolto, alla fine forse, chi lo sa, meno meticoloso e mainstream rispetto a quello che ebbero i loro omologhi in terra Usa. Sapete chi mi viene in mente? Deve essere colpa dei riferimenti ‘jap’. Ce li avete presente gli Urusei Yatsura (Glasgow, Scozia)? Dategli una bella spolverata e meno sonici, ma probabilmente più carini, eccoli qui: i Cheatahs.

@sotomayor

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