Brian Daley – Han Solo at Stars’ End, 1979

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Urania Mondadori n. 819 del 17.01.1980. Illustrazione di copertina di Karel Thole.

STAR WARS, STAR WARS, STAR WARS!!! La lettura di questo libro è stata per quanto mi riguarda l’occasione di pormi al cospetto di un una delle opere di concept artist più discusse di sempre. Oltre che più popolari. Quello di Star Wars è e resta un mito intramontabile e che a distanza di praticamente quarant’anni dalla pubblicazione del primo film della saga, non conosce confini di spazio e soprattutto di tempo.

Star Wars è una specie di culto collettivo che si rinnova tra gli appassionati di generazione in generazione, una specie di religione che raccoglie continuamente nuovi accoliti e accesi da una verve e un fanatismo che potrebbero apparire incomprensibili.

Confrontandomi con questo mito, mi sono reso conto di avere una visione neutra al riguardo. Mi spiego. Ho pensato inizialmente che un’opera così gigantesca non accetti compromessi. Voglio dire, si tratta di qualche cosa a suo modo di estremo, Star Wars ti può piacere, fino a sfociare in un vero e proprio fanatismo e farne oggetto di culto; oppure ti può non piacere e puoi considerarlo per quello che poi effettivamente è: una space opera cinematografica di fantascienza la cui unica finalità è il semplice intrattenimento. Data del resto quella che è una certa ingenuità dei suoi contenuti.

Ho anche io un cuore, tuttavia. Di conseguenza, se mi dici ‘Star Wars’, il mio pensiero vola in realtà agli anni della mia infanzia. Sono nato nella prima metà degli anni ottanta e successivamente alla pubblicazione della trilogia originale, ma ovviamente ho visto e rivisto questa nel corso degli anni della mia infanzia e fino agli anni delle superiori, mille e mille altre volte ancora. Il mio interesse nei suoi confronti è andato scemando con l’età. Si è trattato di un processo naturale, che naturalmente non significa rinnegare quelle che sono state le mie passioni di gioventù, posso ancora citare i passi più importanti della trilogia a memoria, ma semplicemente rivederle, vederle con una luce diversa.

Curiosamente, il mio interesse è andato scemando proprio in coincidenza con la produzione della cosiddetta trilogia prequel, che tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila ha ridato nuova linfa alla saga e rinnovato il mito, incrementandone se possibile non solo il seguito, ma anche tutta una serie di conseguenze commerciali annesse per quello che riguarda gadget, la diffusione del marchio, etc. etc. Una operazione che al di là delle critiche dei più ortodossi e fedeli esclusivamente alla trilogia originale, è stata un successo, tanto che la Walt Disney Company, che nel 2012 ha acquisito la Lucasfilm, ha deciso di rilanciare ancora. Dal 2015 al 2020 uscirà un film di Star Wars all’anno. Oltre la produzione di una nuova trilogia, che segue gli sviluppi di quella originale, è stata infatti annunciata anche la produzione di una trilogia di spin-off e i cui contenuti andranno a integrare e coprire qua e là i ‘buchi’ della storia centrale dell’universo creato da George Lucas.

IL MITO, HARRISON FORD. In vista della pubblicazione del primo capitolo della nuova trilogia, il motivo di principale interesse, e questo vale anche per il sottoscritto, è il ritorno dei personaggi che facevano parte di quella ‘originale’ e in particolare, a distanza di quarant’anni, anche degli stessi attori che facevano parte del cast. Tra questi, chiaramente, Mark Hamill e Carrie Fisher. Soprattutto il mito, Harrison Ford.

La storia è nota. Uno dei meriti di Star Wars è stato quello di aver lanciato la carriera cinematografica di Harrison Ford, che al di là della trilogia di George Lucas, si può a tutti gli effetti considerare come l’attore simbolo degli anni ottanta. Basti a tale titolo solo menzionare ‘Indiana Jones’ e il mito imperituro di ‘Blade Runner’ di Sir Ridley Scott. Menziono, a latere, anche un film sottovalutato, ma di base dal potenziale enorme, come ‘Mosquito Coast’ di Peter Weir, che si sviluppa sulle basi di un romanzo dello scrittore Paul Theroux e che questo sì effettivamente più che film di grande successo, costituisce un vero e proprio ‘cult’.

La carriera cinematografica di Harrison Ford fu tardiva e cominciata ‘tardi’ relativamente gli standard di Hollywood. Il suo successo con Star Wars fu inaspettato e tale da oscurare completamente quello che doveva essere il vero protagonista principale della saga, cioè l’attore Mark Hamill, che impersonava il giovane cavaliere jedi, Luke Skywalker.

Ma era inevitabile. Senza nulla togliere a Mark Hamill e al di là della bravura recitativa di Harrison Ford, il personaggio di Han Solo, bello, coraggioso e cinico, spaccone, non poteva che raccogliere consensi e essere destinato a essere molto più che una semplice spalla. Sin dal primo film della serie il suo ruolo appare centrale nella storia tanto quello di Luke Skywalker e anzi è proprio lui, con l’ausilio del suo fedelissimo secondo, il wookie Chewbacca, a compiere le avventure più coraggiose e avere il ruolo centrale nelle principali scene di azioni. Han Solo è il vero protagonista della trilogia storica di Star Wars. Tipico antieroe, come si configurano i ‘migliori’ da tradizione del cinema, l’unico difetto di Solo dovrebbe teoricamente essere quello di non essere un cavaliere jedi e di non saper adoperare la spada laser. Direi che possiamo perdonarlo, è evidente che la forza scorra potente in lui in ogni caso.

HAN SOLO AT STARS’ END. Il successo di Star Wars, che fu immediato, e la grande popolarità di Han Solo, portarono alla inevitabile conseguenza, data la vastita del fenomeno, di ricercare uno spazio ancora maggiore per questo personaggio rispetto a quello già ampio che gli viene concesso nei film di George Lucas.

L’occasione è una trilogia (l’ennesima) pubblicata dallo scrittore di fantascienza americano Brian Daley e integralmente dedicata al nostro eroe, quindi intitolata, ‘The Han Solo Adventures’. L’operazione, come prevedibile, ebbe grande successo e seguirono alla pubblicazione, diversi riconoscimenti. Brian Daley continuò a lavorare per l’universo Star Wars anche successivamente, adattando la trilogia originale per una serie radiofonica per la NPR.

Il primo dei tre romanzi, che furono pubblicati in rapida sequenza nel 1979, si intitola, ‘Han Solo at Stars’ End’, ed è probabilmente quello più importante perché per primo va a delineare il personaggio nel grande microcosmo di Star Wars. Di cui, va detto, questa trilogia di romanzi costituisce solo uno dei tanti tasselli che lo compongono.

Completamente fallace e ingannevole la quarta di copertina della edizione italiana su pubblicazione collana Urania Mondadori, che presenta il romanzo, ‘Han Solo, guerriero stellare’, come un seguito della trilogia cinematografica. Un errore tuttavia comprensibile e forse voluto per spingere i lettori all’acquisto della pubblicazione nelle varie edicole. Comprensibile perché il libro usciva su Urania nel gennaio 1980, quando praticamente in Italia era uscito solo il primo film della trilogia. Ne consegue che il seguito dovesse essere in qualche modo imprevedibile.

In realtà comunque i tre romanzi di Brian Daley sono tutti ambientati prima della trilogia originale. In ‘Han Solo at Stars’ End’, Solo è già il capitano del Millenium Falcon, il ‘Falcone Millenario’, e viaggia con il suo fido secondo, il wookie Chewbacca, in giro per lo spazio a caccia di avventure, occupandosi per lo più di contrabbando e di fare affari con personaggi più o meno appartenenti al mondo della criminalità interstellare e dediti alla macchia.

Come inevitabile, tuttavia, dato il suo carattere avventuroso e il suo cuore d’oro, nascosto sotto una scorza di cinismo solo apparente, Han Solo si ritroverà presto al centro di una avventure più grande di lui e cui riuscirà a venire a capo grazie alla sua solita abilità, oltre che l’apporto di Chewbacca e dei due robot Bollux e Blue Max, oltre che della umanoide dai lineamenti felini, la trianii Atuarre.

UNA FANTASCIENZA INGENUA. Il romanzo, è evidente, si configura come una tipica space-adventure story, con la sola finalità di intrattenere il lettore. La fantascienza di Brian Daley, come quella di George Lucas e di Star Wars, è del resto una fantascienza ingenua, che non ha nessuna pretesa di tipo scientifico e non si prende mai, veramente mai la briga di ricercare finalità speculative di alcun tipo. Non vi è peraltro nessun accenno all’interno del romanzo ai cavalieri jedi e alla caratteristica ‘forza’, che oltre le avventure dei protagonisti, costituisce il tema centrale dell’universo di Star Wars.

Tutte queste ragioni, è evidente, rendono il romanzo in qualche modo obsoleto o comunque lo destinano per forza a essere goduto appieno solo dai più grandi appassionati della serie. La lettura è facile, le pagine scorrono via facilmente, ma praticamente mai si ha un qualche sussulto o una qualche grande emozione che pure avrebbero potuto dare a questa storia un qualche posto importante nella letteratura d’avventura di intrattenimento.

Ritorno a questo punto per forza su quello che era il tema iniziale, cioè su quale lettura dovremmo avere del fenomeno-Star Wars. Se a distanza di quasi quarant’anni, siamo abbastanza maturi da riconfigurare questo ‘mito’ e considerare in qualche modo obsoleto tutto ciò che lo riguarda.

Non è così evidentemente, la Walt Disney raramente sbaglia e comunque è abituata a dettare legge e quindi non può per definizione commettere errori; di conseguenza Star Wars è qualche cosa che è destinato a restare e al di là delle critiche, che continuerà a piacere anche se oggettivamente si tratta di qualche cosa di ingenuo e di banale. Persino di stupido.

Anche dove manca quella filosofia spiccia che oppone il bene al lato oscuro della forza, dove manca l’eterno conflitto genitori-figli, anche dove manca tutto questo, la grande ingenuità di Star Wars funziona. Resta per quanto mi riguarda, senza volere essere troppo critico, che si tratti di qualche cosa di inerziale. Come accade per un altro fenomeno popolare del genere, cioè Star Trek. Ho sempre amato la fantascienza, ma personalmente dalla lettura oppure dalla visione di un film del genere, mi aspetto lecitamente qualche cosa di più che wookie e pistole laser, preferendo a questo punto andarmi a rintanare nella lettura di romanzi di avventura di altro genere e che pure fanciulleschi, abbiano connotati e uno spessore narrativo ben definito e riconoscibile.

‘FINE DI STELLA’. Varie comunque le considerazioni che seguono la lettura di questa storia e tra queste non ultime quelle che riguardano il titolo e le ambientazioni. Il romanzo di Daley, infatti, è ambientato per gran parte su di una base spaziale denominata ‘Stars’ End’, ovvero ‘Fine di stella’. Per gli appassionati alla lettura del genere, questo nome non è sicuramente nuovo e non può che richiamare per forza quello che è considerato unanimamente come il maggiore autore di letteratura fantascientifica di tutti i tempi, cioè Isaac Asimov.

‘Fine di stella’ è infatti, all’interno del Ciclo delle Fondazioni dello scrittore russo ma americano di adozione, la collocazione della fantomatica Seconda Fondazione, quella che agendo nell’ombra, avrebbe dovuto, affiancando la Prima Fondazione, avente sede sul pianeta Terminus, salvaguardare e garantire la linearità dello svolgimento del Piano Seldon. A differenza della Prima Fondazione, che veniva fondata e costituita ab origine dalle maggiori menti e scienziati della galassia, la Seconda era invece composta da soggetti dotati di potenzialità extrasensoriali e capaci di conseguenza di condizionare e/o modificare quelle che erano le scelte e le decisioni dei vari soggetti, quindi di regolamente l’andamento delle cose all’interno delle dinamiche tra i vari pianeti. L’operazione costituiva in un certo senso una specie di ‘salvaguardia’ del piano originario stabilito dal matematico Hari Seldon e fondato sui principi della psicostoria.

Adesso sto chiaramente divagando. Trattasi in ogni caso solo di una coincidenza. Del resto il termine ‘Stars’ End’ potrebbe benissimo anche essere tradotto come ‘Stella Polare’. Una denominazione tipica e non solo in campo fantascientifico e per confermare questa cosa basta semplicemente dare un’occhiata ai nomi delle fermate delle nostre stazioni della metropolitana. Non poteva essere altrimenti comunque, dato l’approccio radicalmente differente alla materia fantascientifica e narrativa, dove l’universo di Asimov, a differenza di quello di George Lucas e nel caso di Brian Daley, si fondava sempre su principi di umanistica e razionali, prima ancora che scientifici. L’intrattenimento, quello, era una naturale conseguenza. Avviene de facto.

@sotomayor

Quotes.

1. La nave stellare prese quota, rallentando. Quei secondi di respiro permisero a Han di pilotare a costo della vita chiamando a raccolta quei riflessi eccezionali e quell’abilità istintiva che gli avevano salvato la pelle durante le avventure più rischiose. Abbassò tutti gli schermi di protezione perché avrebbero urtato contro le rocce e avrebbero costituito un sovraccarico, e diede uno strattone ai comandi inclinando il ‘Falcone’ sulla sinistra. Dirupi scoscesi li stringevano sui due lati e il rombo dei motori echeggiava paurosamente nella gola. Han apportò qualche piccola modifica alla rotta tenendo d’occhio le muraglie di roccia che sembravano avventarglisi contro attraverso la cupola trasparente, e snocciolò una sfilza di imprecazione che non avevano niente a che fare con le manovre di pilotaggio.

Si sentì una leggera vibrazione e il rumore acuto di metallo lacerato. I sensori a lunga portata si spensero; l’antenna parabolica era stata strappata da uno spuntone di roccia. Poi finalmente il ‘Falcone’ uscì dalla cruna dell’ago.

2. – Risparmiaci la merda, Ploovo.

3. Una volta, Han aveva vissuto, mangiato e dormito volando a supervelocità. Era stato addestrato da uomini che avevano in mente solo quello. Anche nelle ore di riposo la loro vita ruotava intorno alla prontezza di riflessi, colpo d’occhio, controllo ed equilibrio. Ubriaco, era capace di giocare al lancio degli anelli stando a testa in giù, o, rimbalzando su una coperta tenuta dai compagni, era in grado di fare una piroetta a mezz’aria e colpire con le freccette il bersagio. Aveva volato su navi anche più veloci di quei caccia, compiendo le manovre più spericolate.

Una volta. Han non era certo vecchio, ma da un pezzo non partecipava a missioni di quel tipo. Ma adesso non era solo, quell’operazione si svolgeva a coppie, due caccia formavano un corpo solo. Non era il momento dei dubbi e delle indecisioni. Afferrò con mani ferme i comandi e arretrò le ali per minimizzare l’attrito durante la salita. Lo scontro sarebbe avvenuto ai margini dello spazio.

4. – Mi sembra un miracolo – ribatté lei. – Possibile che Han Solo si sia comportato in maniera disinteressata? Ti stai rammollendo? Chissà, andando avanti di questo passo finirai perfino col diventare onesto, se avrai il buonsenso di svegliarti.

Lui si fermò. Il sorriso era scomparso dalla sua faccia. La fissò cupamente per un attimo e poi disse: – So cosa ci si guadagna ad essere onesti, Jess. Un mio amico, una volta, prese una decisione, convinto che fosse l’unica cosa onesta da fare. E aveva ragione. Ma la pagò cara. Perse la carriera, la ragazza… tutto. Finì che lo degradarono. Quelli che non arrivavano a volerlo vedere morto ridevano di lui. Diventò lo zimbello di tutto un pianeta. E lui se ne andò e non tornò mai più.

Lei fu colpita dalla sua espressione intensa. – Ma nessuno testimoniò a favore… del tuo amico? – chiese piano.

Lui rise amaro. – Il suo Comandante giurò il falso ai suoi danni. Aveva un solo testimone a difesa, ma chi presta fede a un Wookie?

5. – Non fermatevi per nessuna ragione – stava dicendo Han agli altri. – Se qualcuno cade, un altro prenda la sua arma, ma nessuno deve fermarsi!

Captò l’occhiata di Chewbacca. Il Wookie aveva teso le labbra sulle zanne ricurve, schiacciato il naso nero e, scuotendo la testa irsuta, emise un grido terrificante, l’urlo del Wookie quando affrontava la morte. Poi sghignazzò e Han rispose con un sorriso storto. Erano abbastanza amici da capirsi senza bisogno di parlare.

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