BLUE SKY – DEDICATED TO AN ALLMAN BROTHER

Duane 1

(nel 44-mo anniversario dalla triste dipartita)

Un mio amico Facebook un giorno ha postato: “ a me basta vedere la sigla di un film Pixar per commuovermi”; ecco, a me capita lo stesso con la Allman Brothers Band.

Archetipo di band sfortunata (per non usare altri aggettivi), nel 1971 perde in un incidente motociclistico il chitarrista Duane Allman, autentico faro, perno intorno al quale orbita l’intera band; il destino ancor più cinico e baro riserva l’anno successivo identica sorte al bassista Barry Oakley, il quale si schianta in moto quasi nello stesso punto di Duane, a Macon, Georgia.

Duane e Berry

La ABB nel corso dei suoi 45 anni di storia ha navigato in mezzo alle sfighe, scazzi di ogni tipo, storie di droghe pesanti, litigi, scioglimenti, pacificazioni e ancora scazzi, ma non ha mai perso un centimetro della propria integrità; un percorso che li ha portati a prendere il coraggio a due mani e decidere di mettere la parola fine alla ragione sociale con uno show il 28 ottobre 2014 al Beacon Theatre di New York.

L’altro fratello Allman (Greg) al termine dell’esibizione comunica alla platea:

“I was called to come and meet these guys in Jacksonville, Florida, […] on March 26, 1969. Now, we’re gonna do the first song we ever played”

Ed il gruppo attacca “Trouble No More” di Muddy Waters. Alle spalle della band, si alternano le foto storiche dei “cari estinti” Duane e Barry. Giù il sipario. Applausi e lacrime (tante) di commozione.

In mezzo a quel guazzabuglio di genere che va sotto il nome di Southern Rock, la ABB ha sempre cercato di trasmettere un’immagine alternativa del Sud, quasi a volersi decisamente distaccare dall’avventura in Alabama dei motociclisti di Easy Rider o da quel mito del Dixie/Caciarone al quale si sono aggrappati per anni i Lynyrd Skynyrd o gruppacci dai Black Oak Arkansas in giù. La ABB pubblicava LP con splendide copertine con le foto dei loro bimbi, comunicando quel senso di pace e fraternità; i numerosi cambi di line up quasi al termine dell’avventura consegnano la slide guitar nelle mani del giovane Derek Trucks, nipote dello storico batterista della band Butch Trucks, rendendo ancor di più l’idea di un cerchio infinito, di quel “circle unkbroken” caro alla tradizione americana.

La storia dell’Allman Brothers Band è legata a doppio filo alla Georgia, anche se i fratelli Duane e Greg, (rispettivamente del 1946 e 1947) nascono a Nashville Tennessee; come altre decine di migliaia di coetanei, passano la gioventù ad evitare la Guerra del Vietnam e a formare e disfare band; prima Allman Joys, poi Hour Glass… Gli anni sono all’incirca 1966-67, la matrice è sempre quella blues, ma la casa discografica Liberty tenta di snaturarli e farli virare verso il pop. Le vendite sono pari a zero.

Nel 1968, Greg va a trovare Duane immobilizzato a casa a causa di un braccio rotto e reca con lui un tubetto di Coricidin per alleviare il dolore, nonché un LP di Taj Mahal per rinfrancare lo spirito. La slide di Jesse Ed Davis in “Statesboro Blues” è una sorta di “Satori” per Duane, una rivelazione vera e propria, quasi come San Paolo sulla strada di Damasco o, meglio ancora, come Robert Johnson ad attendere il Diavolo al crocevia (“Crossroad”) in una notte senza luna… Imbraccia la chitarra, infila il tubetto di vetro del Coricidin sull’anulare e da lì inizia la meraviglia; Duane non aveva mai suonato la slide …

Duane Allman of The Allman Brothers Band lived to play music. A new box set, Skydog, collects the work he produced before his death in 1971.

Le strade dei fratelli nel frattempo si sono separate: Greg in California ad inseguire una vana carriera solista, Duane a lavorare sodo come turnista nei mitici Muscle Shoals Studios in Alabama. Duane partecipa a innumerevoli sessions e comparirà nei credits di decine di band; nella più famosa di queste sessions, Wilson Pickett incide una formidabile versione di “Hey Jude” con la slide di Duane che prende il posto del “la lalalaralallà” beatlesiani…. Poco lontano un certo Eric “Derek” Clapton drizza le orecchie e prende appunti per una futura proficua quanto fugace collaborazione con Duane nelle celebri “Layla Sessions”.

Leggenda narra che Wilson Pickett gli abbia affibbiato il nomignolo di “Skyman”, poi cambiato in “Skydog”; in altre versioni della stessa storia, lo “Sky” pare fosse dovuto al fatto che per la maggior parte del tempo Duane fosse “high”…

Duane decide che è ora di dare un taglio all’attività di session man e chiama a se alcuni amici, i batteristi Jaimoe Johnson e Butch Trucks, il bassista Barry Oakley e il chitarrista Dickey Betts; una telefonata per richiamare Greg da Los Angeles ed ha inizio la formidabile avventura della Allman Brothers Band.

L’attività live è intensa (tipo 300 date nel 1970); la ABB figura nel cartellone dell’International Atlanta Pop Festival insieme a Jimi Hendrix, Ten Years After, Mountain e Johnny Winter; nel corso di questi formidabili concerti, il blues è solo il punto di partenza, un pretesto per lunghe jam che si rifanno alle lezioni di improvvisazione di John Coltrane e Miles Davis. Sempre sia lodato youtube per avere portato alla luce quelle esibizioni: versioni dilatate di “Whipping Post”, “Hot’lanta”, “Trouble no More”; entra in scaletta una suite dal ritmo latineggiante, “In Memory of Elizabeth Reed”, primo pezzo firmato dall’altro chitarrista Dickey Betts,… già, proprio quel Betts, tipetto un po’ sopra le righe che sulla copertina del primo LP è quasi eclissato da Duane Allman, nel secondo LP “Idlewild South” è in primo piano insieme agli altri ed in “Live at Fillmore East” siede lì, alla sinistra del Padre Duane Allman, quasi a rappresentare il magico dualismo che sta scaturendo in quei giorni.

Allman-Brothers-band-at-Fillmore-East

Il Fillmore East è un locale di New York, nel cuore East Village, culla di mille altri artisti e non lontano dal punto in cui più avanti sarebbe nato il CBGB’s. La ABB al Fillmore é di casa e suonerà ben 27 volte nel giro di due anni. Il patron Bill Graham, proprietario anche del Fillmore West e del Winterland Auditorium di San Francisco (e dici niente!! ) è letteralmente pazzo di loro e li vuole come headliners al concerto di chiusura del locale il 27 giugno 1971.

Li introduce con queste parole:

“The last two days, we have had the privilege of working with this particular group, and over the past year or so, we’ve had them on both coasts a number of times. In all that time, I’ve never heard the kind of music that this group plays. And last night, we had the good fortune of having them get on stage about 2:30, 3:00 o’clock, and they walked out of here at 7:00 in the morning. And it’s not just that they played quantity, and for my amateur ears, in all my life, I’ve never heard the kind of music that this group plays: the finest contemporary music. We’re going to round it off with the best of them all, the Allman Brothers.”

La “migliore musica contemporanea” è il picco più alto del blues-rock americano che verrà trasferito su vinile. Se già conoscete a menadito la parabola dei fratelli Allman, andate ancora una volta a renderne omaggio negli splendidi filmati del Fillmore restaurati e pubblicati su Youtube. Se non li conoscete, ebbene invidio il senso di meraviglia che proverete quando vi addenterete nei meandri di “Statesboro Blues” &“Stormy Monday”.

“Live at Fillmore East” esce nel luglio 1971 ed il mondo intero comincia a tributare alla ABB la notorietà ed il successo che compete. Nel corso delle sessions di settembre del 1971 a Miami, Dickey Betts porta al resto della band una nuova canzone intitolata “Blue Sky” e dedicata alla moglie Nativa Americana Sandy “Blue Sky” Wabegijig (qualche tempo più tardi Betts avrebbe dedicato una canzone alla figlia Jessica … altro hit). Perché questa canzone è fondamentale per tutti noi Allmannofili di questo mondo? Perché si assiste all’ideale passaggio di consegne tra Duane e Dickey.

Duane & Dickey

Indossate le cuffie, andate su Youtube e scrivete “Blue Skye at Peach” nel campo di ricerca. L’assolo centrale viene suonato prima da Duane (in stile “lead” lead), poi al secondo 2.28 le due chitarre si sincronizzano e al 2.38 Duane svanisce per lasciare il campo all’assolo di Dickey (in stile “rhythm” lead) . Voglio immaginare questa take con Duane che ripone il tubetto di Coricidin nel taschino e volge uno sguardo enigmatico verso Dickey Betts e la sua Gibson Les Paul, quasi come a presagire ciò che lo attende dietro l’angolo. E dietro l’angolo non c’è nulla di buono.

Il 29 ottobre 1971, approfittando di una parentesi nell’attività concertistica, Duane Allman è appena uscito da un periodo di rehab. Mentre sfreccia a tutta velocità con la sua Harley Davidson Sportser lungo le strade di Macon, un camion invade la carreggiata, Duane perde il controllo e finisce fuori strada. Fine della storia. Duane Allman avrebbe compiuto 25 anni il mese successivo.

Nel funerale di Duane a Macon, l’intera Allman Brothers Band suona con Dickey Betts che (per l’appunto) va a ricoprire le parti di Duane. Delaney Bramlett (dei celebri Delaney & Bonnie) canta con tutti gli astanti “Will the circle be unbroken”. Duane viene sepolto nel cimitero di Rose Hill, lo stesso in cui gli ABB andavano a rilassarsi (eh sì, in America fanno così) e trarre ispirazione. Lo stesso in cui Dickey Betts lesse su una lapide “Elisabeth Jones Reed” e scrisse una canzone in sua memoria. Lo stesso in cui l’anno successivo verrà sepolto Barry Oakley.

Duane Funeral

Le ultime sessions con Duane vengono mixate nel mese di novembre 1971 e andranno a finire nel LP successivo, un doppio con una parte live. Il responsabile del missaggio descrive il processo come una alternanza di meraviglia e dolore: meraviglia per i leggendari licks di Duane, dolore perché quelle sarebbero state le ultime note in assoluto suonate da Skydog. Su quel disco, oltre a “Blue Sky”, altri classici come “Melissa” e una “Mountain Jam” monumentale di oltre 19 minuti. In copertina: il disegno di un camion con un’enorme pesca e un toccante “dedicated to a brother”. No, nessun sinistro riferimento al camion che ha mandato fuori strada Duane; piuttosto un atto d’amore verso la Georgia, the Peach State, ed un’esortazione: “EAT A PEACH” estrapolata da un’intervista a Duane Allman.

La giornalista barricadera di turno (a bizzeffe in quegli anni lì), domandò a Duane cosa stesse combinando per aiutare la Rivoluzione.

La sua risposta fu leggendaria:

“I’m hitting a lick for peace — and every time I’m in Georgia, I eat a peach for peace. But you can’t help the revolution, because there’s just evolution.”

Giusto! non esiste Rivoluzione, solo Evoluzione. Duane Allman già lo aveva capito.

Andrea Parodi

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